Conoscere se stessi attraverso le emozioni: intervista ad Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice

Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice, parla dell'importanza di riconoscere le proprie emozioni

Alessia Faieta, Counselor, Orientatrice in ambito lavorativo e con una grande esperienza in ambito sociale, realizza percorsi di ascolto e crescita personale in presenza e online. È operativa in Abruzzo e la sede dei suoi corsi è a Pescara. Abbiamo conosciuto Alessia grazie al web, durante un suo webinar sulle emozioni. Ci siamo successivamente incontrate dal vivo perché avevamo individuato tanti aspetti comuni del nostro lavoro e abbiamo deciso di organizzare un webinar dal titolo “Come sopravvivere ai social” (qui l’evento). Sono 4 incontri su Zoom durante i quali si imparerà a riconoscere le  emozioni che i discorsi online vanno a stuzzicare e a disinnescare l’odio attraverso l’uso consapevole delle parole e dei social.

Prima di addentrarci nelle domande, facciamo una breve introduzione su cos’è il counseling e cosa fa un counselor. Il counseling è un’attività che aiuta le persone a coltivare il proprio benessere e a migliorare la qualità della propria vita, attraverso percorsi di ascolto e consapevolezza di sé. Il counselor è il professionista che ti accompagna in questo viaggio di conoscenza e ri-scoperta di te e delle tue risorse. Al centro del percorso c’è la persona nella sua unicità e totalità, che impara ad ascoltarsi e a scegliere consapevolmente. Siamo convinte che attivare un percorso di counseling possa servire davvero a tutti e a tutte noi, soprattutto per imparare a conoscere e gestire le emozioni; farlo con gentilezza è una competenza universale che migliora la tua vita. 

Alessia Faieta si dedica in particolare alle donne e ha sviluppato delle competenze specifiche proprio per seguire alcuni aspetti che caratterizzano la femminilità. Ci ha colpite molto la sua gentilezza, la sua dedizione per questo lavoro e l’amore per le persone.
Potrete anche voi entrare in contatto con la sua bella persona leggendo le risposte che ci ha fornito. 

Buona lettura. 

Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice, intervistata da Comunicazione Gentile
Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice

Partiamo dalle presentazioni: chi è Alessia Faieta (per chi non la conosce)?

Sono una counselor e orientatrice in ambito lavorativo e assistente sociale specialista. Mi occupo del benessere individuale e di gruppo. Lavoro da sola e in collaborazione con enti e altri professionisti. 

Ti occupi di accompagnare le donne in percorsi di crescita personale e professionale. Perché hai scelto di dedicarti alle donne?

Ho deciso di dedicarmi alle donne innanzitutto per la mia formazione e per le mie esperienze lavorative post laurea. Sento inoltre di avere una maggiore vicinanza al mondo femminile e a tutto ciò che riguarda l’emancipazione e la realizzazione personale. A questo proposito vorrei condividere una riflessione, che va al di là dell’interesse lavorativo: mi capita spesso di incontrare donne che vivono “un passo indietro” rispetto alle loro possibilità. Sul lavoro, per i progetti personali e per se stesse. Nella matrice culturale c’è una differenza in questo e vorrei contribuire a ridurre questo gap con la mia esperienza, il mio esempio e la mia disponibilità a creare percorsi di crescita e consapevolezza per le donne.

Quanto contano la gentilezza e l’empatia per vivere meglio le relazioni?

Sono due chiavi fondamentali per la comprensione di se stesse e dell’altro. Soprattutto nelle relazioni. La gentilezza nei gesti, nella comunicazione e nelle parole è fondamentale per entrare in contatto con la persona che è di fronte a noi.  Fa la differenza nell’evoluzione, nella vita personale e nella qualità della relazione. Non bisogna poi dimenticare che la gentilezza è in primis verso se stesse, nell’accogliere soprattutto le parti “scomode” di noi, che spesso percepiamo come ostacolanti ma che in realtà hanno tanto da farci scoprire rispetto alla nostra complessità come esseri umani. Coltivare la gentilezza autentica serve a creare un terreno per il cambiamento, per la propria evoluzione. Non deve essere una maschera, una gentilezza di facciata, ma un viaggio verso la nostra essenza che si esprime attraverso parole e comportamenti che rivolgiamo a noi stesse. Spesso pensiamo che per autodeterminarci o per raggiungere degli obiettivi si debba sempre essere estremamente decisi, anche nella comunicazione. In realtà non è così. La comunicazione netta e impattante è un’illusione se non è coerente con i propri processi interni. Quando vediamo delle proposte di crescita personale basate esclusivamente sull’apparire sempre forti e vincenti, rischiamo di cadere nell’idea che siano sufficienti degli slogan a trasformare la nostra vita. Un atteggiamento di questo tipo può renderci ancora più giudicanti verso le parti di noi che chiamiamo fragilità, punti di debolezza, ferite; sono proprio queste parti che se ascoltate e accolte possono dar vita a veri e propri capolavori di rinascita.

Alcuni dettagli dello studio di Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice
Alcuni dettagli dello studio di Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice

Dalle pagine del tuo sito, il counseling Abbraccia Chi Sei, viene definito come un percorso che “non si affida solo alle parole, ma anche al corpo e all’Anima”. Una definizione che ci ha molto colpite. Potresti spiegarci cosa intendi e come la applichi?

Quando ho scritto quella parte ho pensato al fatto che non ci si affida solo alla parte razionale e cognitiva.  Ma ci si affida all’anima che è interiorità ed essenza. Il mio lavoro con le persone è cercare di abbracciare queste parti, farle dialogare, dialogare con il corpo, con le emozioni e viceversa. Per creare un insieme positivo. Osservarci nella nostra interezza. A livello cognitivo spesso sappiamo tutto, tutti i nostri “meccanismi” ma poi si resta fermi a questo punto. Quel passaggio ha bisogno di entrare in contatto con il corpo e con le emozioni.  Vivere la trasformazione chiede di coinvolgere soprattutto il corpo e la propria interiorità.  Come avviene la trasformazione nel counseling? Non c’è solo il dialogo ma anche delle attività che coinvolgono il corpo, come la respirazione, la meditazione e l’art counseling. Bisogna combinare linguaggi diversi per far dialogare le parti. Questa tipologia di incontri cerca proprio di offrire alla persona la possibilità di sperimentare e di mettersi alla prova. Dopo il percorso, grazie alla consapevolezza acquisita e al dialogo sano con se stessi, si hanno maggiori strumenti di conoscenza di sé che aiutano a orientarsi verso il proprio benessere in un abbraccio corpo-mente-anima.  Si arriva a fidarsi maggiormente delle proprie sensazioni e questo apre a nuove possibilità.

Nel progetto Abbraccia Chi sei, c’è una parte dedicata alla Danza come espressione di sé. Quanto conta entrare in relazione con il proprio corpo? Ci sono metodi per prendersi cura con gentilezza del proprio corpo? 

Il contatto con il corpo è fondamentale per conoscersi meglio. Per abitudini e anche per alcuni tabù, entriamo poco in contatto con il corpo e ci priviamo dell’ascolto profondo di noi. Il corpo ci da tantissime informazioni su come stiamo, come ci troviamo e come ci sentiamo. Noi invece restiamo in una direzione estremamente razionale. La danza di Danza chi sei non è una danza performativa, ma trova le sue origini nella danza movimento terapia Maria Fux, coreografa e ballerina. Una danza che nasce da dentro, senza cercare il passo o il movimento perfetto. Nasce dall’incontro con il proprio corpo. Gli incontri della danza sono accompagnati da stimoli e musiche che ispirano. Durante le lezioni si propongono anche dei temi di crescita interiore da esplorare attraverso la danza. Tante volte si scopre che il corpo si muove e sente la musica. E per questo non ha bisogno di guardarsi allo specchio. Quando faccio lezione infatti non ci sono specchi.  Si porta l’attenzione al sentire. Avvicinarsi al corpo fuori dalla performance e/o della prestazione sportiva è un vero e proprio atto di gentilezza. Per me è stata una grande riscoperta. Lo vivo in 1° persona. Le parole si fermano, i pensieri si abbassano e si va alle emozioni e si dà al corpo l’opportunità di raccontare i suoi colori e di sentirsi finalmente libero. Tutto senza parlare. Questo è il contatto gentile. Uno sguardo che va dentro e ti chiede “Come stai?”

Nello studio di Alessia Faieta, Counselor e Orientatrice
Nello studio di Alessia Faieta

Ci siamo conosciute online grazie al tuo corso dedicato alle emozioni. Abbiamo riscontrato sin da subito una sintonia e abbiamo iniziato dei percorsi insieme sulla consapevolezza digitale. Quanto è importante avere una buona relazione con i social?

La relazione con i social è importante anche quando i social non si utilizzano perché è un contesto in cui siamo immersi. Può cambiare la scelta o il modo in cui starci, ma bisogna essere sempre consapevole di cos’è lo strumento e come lo strumento agisce su di me. La vita è influenzata dai social (cultura, socialità, relazioni). Noi siamo immersi in un contesto sociale e i social sono un contesto sociale. Tutto ciò che emerge ha un effetto su di noi, più o meno consapevole. E come tutti gli altri aspetti, sia conoscere lo strumento sia sviluppare consapevolezza sugli effetti che ha e come scelgo di comunicare è fondamentale.

Entrare in contatto con le proprie emozioni e saperle gestire: che consigli daresti per potenziare questo aspetto essenziale delle nostre vite?

Il 1° passo è imparare a riconoscerle.Attraverso la conoscenza possiamo comprendere cosa le emozioni ci stanno comunicando. Su alcune emozioni abbiamo tanto pregiudizio (come la rabbia e la tristezza) e questo ci fa vivere poco sereni. Ma in realtà le emozioni non vengono per disturbarci. Il rapporto con le emozioni è conoscenza e incontro. A volte è difficile, ma è necessario. Accettando e vivendo le emozioni incontriamo noi stessi e scopriamo che quella emozione ci può dire che siamo in una situazione di difficoltà, può essere attivatore di energie e direzioni. Il consiglio dunque è: fate amicizia con le vostre emozioni. Più noi ci conosciamo, più l’emozione ci arriva in modo più chiaro. Impariamo come accoglierle e che tipo di messaggio ci stanno portando.

 

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Ecco tutti i link e le informazioni utili

Tel: 3292236261 

sito: www.abbracciachisei.com

Instagram Alessia Faieta ♡ Counselor ♡ Pescara e online ♡ Counseling (@abbracciachisei) Alessia Faieta ♡ Danza la Vita (@danzachisei) • 

 

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Bullismo: perché accade, come riconoscerlo e come affrontarlo a casa e a scuola. Intervista a Giorgio Conti, Psicologo Psicoterapeuta.

Bullismo: perché accade e come riconoscerlo | Ne parliamo con il Dott. Giorgio Conti, Psicologo Psicoterapeuta

L’ultima campagna di monitoraggio per valutare su larga scala la presenza e l’andamento dei fenomeni di bullismo e cyberbullismo nelle scuole italiane mostra risultati sui quali occorre fermarsi a riflettere. Il Ministero dell’Istruzione ha reso noti i dati sulla piattaforma ELISA (formazione in E-Learning degli Insegnanti sulle Strategie Antibullismo), risultato dell’indagine svolta nell’anno scolastico 2021/2022 e alla quale hanno partecipato studenti e docenti.

Al monitoraggio hanno partecipato 314.500 studenti che frequentano 765 scuole statali secondarie di secondo grado e 46.250 docenti di 1.849 Istituti Scolastici statali. Il 22,3% degli studenti e studentesse delle scuole superiori è stato vittima di bullismo da parte dei pari, mentre Il 18,2% ha preso parte attivamente a episodi di bullismo verso un compagno o una compagna.

Alla luce di ciò che raccontano i dati abbiamo voluto approfondire l’argomento con Giorgio Conti, Psicologo Psicoterapeuta e profondo conoscitore del potere della parola. Suo è infatti il progetto Write Club Lab che dal 2012, attraverso le possibili applicazioni della scrittura e della lettura, promuove la narrazione come forma di espressione personale, per la salute, il benessere e la crescita personale.

Bullismo perché accade, come riconoscerlo e affrontarlo | intervista al Dott. Giorgio Conti Psicologo Psicoterapeuta
Il Dott. Giorgio Conti, Psicologo Psicoterapeuta

Partiamo dalle presentazioni: chi è Giorgio Conti?
Sembra una domanda semplice ma non lo è. Se dovessi parlare di me mi verrebbe spontaneo raccontare una storia. Faccio un piccolo inciso. Ho visto il vostro lavoro e quello che fare sul sito e le vostre interviste. Vedo che siete delle buone penne. Grazie per lo spazio e per l’intervista.
Nasco con una formazione tecnica da disegnatore meccanico, che mi permette di lavorare subito dopo il diploma. Questa è stata la mia prima vocazione, ma subito dopo mi sono reso conto che gli sbocchi lavorativi non erano quelli ai quali avrei ambito. Così ho deciso di investire ciò che avevo messo da parte per continuare la mia formazione e intorno ai 24 anni ho iniziato il percorso universitario. A quest’ultimo ho abbinato il percorso da agevolatore nelle relazioni individuali e nei gruppi. Inoltre, mi è capitato durante l’università di avere esperienze con la scrittura presso l’Università di Chieti, polo di eccellenza sulle neuroscienze. Ho avuto occasione di prendere parte ad una ricerca sulla scrittura, si trattava in particolare dell’adeguamento delle ricerche condotte da Pennebaker sul campione italiano. A fine ricerca ho chiesto informazioni e quella è stata la prima volta in cui ho ascoltato il nome di questo ricercatore, Pennebaker. Inoltre, ebbi l’occasione di svolgere un semestre di approfondimento presso la stessa cattedra che proponeva questa ricerca. In sei mesi ho avuto la possibilità di confrontarmi con tutte le ricerche di questo autore, dal primo articolo di Pennebaker del 1986 ritenuto significativo a tanti altri lavori successivi. Pennebaker utilizza la scrittura come psicologo sociale, in contesti sociali. Avevo già intuito il potere della parola, ma quell’incontro mi ha fatto incontrare la scrittura come contesto di applicazione della parola intimo e privato. Mi sono, così, appassionato a questo ambito, ho completato il percorso universitario e da agevolatore (counseling), e dopo l’università ho conseguito la specializzazione, orientamento psicoanalitico, perché mi sembrava il modello più interessante, più ghiotto, quello che fa vedere maggiormente le radici dello sviluppo della mente. Credo di aver tratteggiato chi sono. Sono colui il quale lavora a ridosso di questi ambiti:  scrittura e psicoterapia.

Noi che ti conosciamo un po’ di più rispetto alle persone che leggono sappiamo che ti occupi di benessere psicologico. Per questo vorremmo affrontare con te il tema del “Bullismo”. Da dove partire per inquadrare il fenomeno?
Sicuramente intuite bene quando identificate questo fenomeno come complesso articolato e centrato su un aspetto emotivo. Per parlare di un tema articolato e complesso come quello del bullismo bisogna creare una cornice che più è ampia e maggiormente descrive la situazione. Ci sono 3 aspetti da considerare: personale, sociale e ambientaleCi troviamo, infatti, davanti ad una persona che agisce in un contesto relazionale e in un ambiente più ampio, che lo circonda. La comparsa del fenomeno solitamente avviene tra i 12 e i 17 anni , anche se ci sono delle forme precoci che compaiono già a 11 anni. Perché in questa fase? Perché compare l’adolescenza, periodo che mette in gioco tutte le acquisizioni che l’individuo ha fatto negli anni precedenti.
Può risultare controintuitivo pensare che essere persone migliori origini dalla capacità che abbiamo appreso di superare momenti di difficoltà, di accettare e tollerare emozioni negative e far fronte a situazioni di angoscia. La mente non nasce dalle esperienze positive, la mente nasce dalla capacità di affrontare esperienze altamente impattanti con un valore emotivo negativo. Tutto questo è controintuitivo e può riassumere con una frase di Gibran: più il dolore ti scava dentro, più saprai contenere amore.
Un ambiente troppo confortevole e con pochi stimoli non ha mai fatto crescere nessuno. Sono le difficoltà a farci crescere.
In adolescenza succede proprio questo: si mettono in discussione tutte le acquisizioni possedute. Le capacità sviluppate si mettono in campo e si consolidano, mentre emergono le difficoltà che si sono verificate nel percorso evolutivo dell’individuo. Questo perché l’essere umano ha una tendenza innata alla conflittualità: l’individuo nascente si divide tra riposo e angoscia ed è il genitore che di volta in volta, relazionandosi con il bambino e offrendogli delle cure, permette al bambino di interiorizzare un modello che consente una forma di accettazione e contenimento delle emozioni più negative. Un po’ come se il genitore inculcasse nel bambino la fiducia che ciò che sta sentendo è qualcosa di transitorio e che può essere superato in modo positivo. Quando questo messaggio non arriva da parte del genitore, durante l’adolescenza tende ad emergere un’incapacità che possiamo definire incapacità di contenere. Se presente è bene che venga fuori durante il periodo adolescenziale poiché quest’ultimo rappresenta ancora un valido momento per l’apprendimento.
In merito alla dimensione sociale, invece, anche nei gruppi è importante un momento conflittuale. Uno psicologo che ha svolto importanti studi sui gruppi, Tuckman, afferma che un gruppo diventa un gruppo di lavoro quando affronta un momento conflittuale. Questa fase viene definita dallo stesso autore storming e in caso di mancanza il gruppo resta un gruppo formale. Tale dimensione la riscontriamo in tutti i contesti sociali: prendiamo, ad esempio, i nostri 18 anni. Rappresentano un momento di iniziazione verso l’età adulta e, come tutti i percorsi di iniziazione presentano un momento conflittuale.
Infine, l’ultimo aspetto da considerare quando parliamo di bullismo è l’ambiente. Quest’ultimo assume durante il periodo adolescenziale il ruolo che ha avuto il genitore della prima infanzia. Per questo da una parte è importante che sia presente, dall’altro che non abbiamo lo stesso ruolo del genitore se quest’ultimo non è stato sufficientemente attento. L’emergere di aspetti conflittuali durante la prima adolescenza è fisiologico, assume rilevanza a livello negativo nel momento in cui questo passaggio non trova risposta nella domanda che il giovane rivolge ai pari e al contesto sociale. 

A partire dal 2017, con la legge n°71, distinguiamo tra Bullismo e Cyberbullismo. I due fenomeni hanno caratterizzazioni proprie, ma anche aspetti in comune, come il mancato riconoscimento dell’altro/a. Cosa c’è alla base di tali manifestazioni?
Cogliete il cuore del fenomeno. Credo sia sempre difficile dare una risposta a tratti definitiva, perché la soggettività umana è qualcosa di così vario che è impossibile generalizzarla. Le ricerche che ha fatto Wells, psicologo svedese, parla abbastanza chiaro e mette al centro le capacità emotive. Il bullo e la vittima hanno un aspetto che li accomuna: una bassa intelligenza emotiva, ossia una bassa capacità di riconoscere le emozioni.
Le emozioni sono un metodo di comunicazione primordiale e al tempo stesso estremamente efficace, con una funzione sociale ben precisa. Nel momento in cui non si riesce a capire cosa c’è dentro le emozioni e cosa dicono di noi, può capitare di ritrovarsi in situazioni e contesti estremamente imprevedibili. Questo è l’aspetto centrale del problema.
Cosa accade quindi? Le emozioni hanno un ruolo importante: mettere in relazione le persone, creare legami. Il bullismo, più del cyberbullismo ha la capacità di creare relazioni estremamente forti. D’altra parte la ricerca di relazioni forti è uno degli aspetti che caratterizza la fase adolescenziale, momento in cui ragazzi e ragazze iniziano ad allontanarsi dal nucleo familiare per abbracciare una realtà più ampia e indefinita. 

Non è inusuale pensare che gli episodi di bullismo richiedano un intervento a favore della vittima. In realtà sappiamo bene che anche il bullo/a ha bisogno di aiuto. In caso di tali fenomeni, in quale direzione dovrebbe andare un intervento educativo efficace?
Un intervento dovrebbe andare nella direzione di fornire delle occasioni sociali che possano in qualche modo dare quel tipo di ascolto e di contenimento che precedentemente è stato carente. È importante che gli adolescenti possano esprimere quello che sentono.  Quando noi esseri umani manifestiamo un comportamento che può assumere tratti eccessivi o patologici, non funzionali, siamo sempre in presenza di un’espressione che è il risultato di una drammatizzazione all’esterno di un processo che sta avvenendo nell’interiorità dell’individuo. Questo per dire che la prima necessità è sempre quella “consapevolezza”. Il primo aspetto è sempre quello di poter esprimere ciò che si sente. Creare un ambiente in cui ci si può esprimere è fondamentale. Superata questa prima fase, è altrettanto importante fornire uno spazio espressivo in cui la corporeità assume un ruolo preponderante, la cui riuscita dipende anche dalle capacità di ognuno di noi, dalla formazione e dal saper accogliere l’altro. Uno spazio in cui bisogna parlare e anche agire, perché l’azione è l’aspetto principe dell’adolescenza. Uno spazio in cui poi si può parlare anche di relazioni sociali. L’aspetto delle emozioni e degli affetti in questo modo compare quasi da sé. Sicuramente non va considerato soltanto il bullo altrimenti non si va ad alleggerire il fenomeno. 

Nel contributo pubblicato da PISANO L., SATURNO M.E. (2008), Le prepotenze che non terminano mai, in «Psicologia Contemporanea», 210, 40-45, gli autori stilano alcune caratteristiche che differenziano bulli/e e cyberbulli/e e, al tempo stesso, mettono in evidenza come il bullismo sia un fenomeno legato al contesto scolastico e al gruppo dei pari. Quali sono le figure che in questa fase dell’età evolutiva possono contribuire a contrastare il fenomeno?

Le vostre domande sono estremamente interessanti. Spenderei prima due parole per differenziare cyberbullismo e bullismoI due fenomeni hanno come aspetto in comune la prevaricazione e la vittimizzazione verso una persona, quindi la messa in campo di comportamenti definibili aggressivi, un’insicurezza sia da parte del bullo sia della vittima, la sofferenza psicologica e fisica della vittima.
La differenza principale consiste nel fatto che il cyberbullo, rispetto al bullo,  mantiene anonimato e distanza. Per questo il cyberbullismo rappresenta un fenomeno meno evidente e meno appariscente. Il sintomo non è “visibile” ed è bene tenerne conto perché proprio il sintomo è un primo passo verso la guarigione.
Si parla molto della presa in carico di équipe in cui ci sono diverse figure e ognuna si focalizza su un aspetto o su un destinatario del fenomeno. Meritano attenzioni gli individui che ricoprono il ruolo di bullo, vittima, ma anche il gruppo dei pari, in una posizione intermedia tra la parte del fenomeno direttamente chiamata in causa e l’ambiente, attraverso forme di compartecipazione.
Infine, c’è una dimensione individuale e sociale del problema nella quale entrano anche gli adulti, ossia gli insegnanti, i genitori e tutte le persone che possono assistere al fenomeno. Il bullismo può essere considerato come una ricerca di attenzioni. Ognuno di noi diventa potenzialmente soggetto di intervento se assiste a determinati fenomeni. 

 

Bullismo: perché accade, come affrontarlo e come riconoscerlo a casa e a scuola
Per comprendere il fenomeno del bullismo è necessario delineare una cornice più ampia sulla quale riflettere

La famiglia rappresenta la prima agenzia di socializzazione, il luogo anche fisico nel quale fin da bambini si inizia a costruire relazioni con gli altri. In che misura è responsabile nel momento in cui un/a figlio/a veste i panni del bullo/a e in che modo può influire nelle azioni di prevenzione, tutela e contrasto del fenomeno?
Io mi rifaccio sempre alle ricerche di Dan Olweus che se da una parte sono datate, dall’altra sono quelle che hanno tracciato le direttive secondo cui identificare il fenomeno del bullismo. Dalle sue ricerche emergono diversi aspetti:

  1. il  contesto familiare che ricorre nei soggetti bulli è un ambiente familiare che da una certa età in poi è assolutamente permissivo, non pone limiti e non responsabilizza. Non è sufficientemente attento al proprio ruolo genitoriale, ossia saper dire NO mantenendo la relazione. 
    Il genitore, fin dai primissimi mesi di vita dei bambini, deve mediare, tollerare fino ad un certo punto e poi intervenire. Il ruolo del genitore è quello di essere presente pur dando libertà al bambino di dare forma alla sua identità. Nel momento in cui non sono presente io declino la responsabilità genitoriale. Il bullo urla un’esigenza di relazione. 
  2. una prima infanzia caratterizzata da genitori che utilizzano anche punizioni fisiche.
  3. forte presenza genitoriale nella prima infanzia che scompare non appena il bimbo diventa un piccolo adulto.
  4. scarsa presenza emotiva del genitore nella primissima infanzia. 

I paesi del nord hanno una particolare attenzione all’accudimento dei giovani. Un esempio? Avere spazi all’interno degli ambienti lavorativi dedicati ai figli. Ciò non significa che i paesi del Nord Europa sono migliori degli altri Stati membri, ma è innegabile che la presenza emotiva in alcuni casi è difficoltosa se non assente. 
Cosa può fare il genitore? Questa è una domanda complessa e difficile. Da un certo punto di vista il bullismo è un fenomeno che nasce all’interno dell’ambiente affettivo familiare e in questo senso è difficile pensare che il genitore possa fare qualcosa personalmente. Ci sono casi in cui, a prescindere dalle intenzioni, i fattori ambientali sono preponderanti anche quando siamo in presenza di genitori “perfetti”, ovvero genitori sufficientemente buoni, presenti e capaci di dare la giusta libertà, subentrano altri fattori come traslochi, spostamenti, allontanamenti di vario tipo all’interno del nucleo familiare che seguono lo sviluppo, la crescita e l’esperienza del giovane.
La prima cosa che può fare un buon genitore è quello di porsi domande. Non deve dare soluzioni, ma interrogarsi su ciò che sta accadendo e sulla sua posizione rispetto a ciò che sta accadendo. In adolescenza è ancora più difficile fare questo, il compito del genitore è quindi quello di reggere e sostenere le azioni del figlio offrendo relazione. Esempio: se mio figlio mi porta la rabbia io la reggo, ma non l’alimento. Il genitore, però, deve chiedersi fino a che punto può reggere la provocazione. Un esempio che porto sempre a tale proposito è quello del neonato che piange. Il genitore si chiede: “Cosa posso fare?” E trova la risposta.
La tecnica è la stessa, perché l’adolescenza dà una seconda chance al genitore di accogliere una richiesta. Il genitore può scegliere se accogliere o meno questa richiesta. Bisogna, quindi, saper dire no se si avverte di non essere capaci e di chiedere aiuto. Qualsiasi cosa il genitore faccia è importante riconoscere il proprio portato umano. Il colpevolizzare e il cercare a tutti i costi soluzioni veloci non sono mai soluzioni valide, al contrario alimentano difficoltà e situazioni delicate. 
La cultura da cui proveniamo ha poco a che fare con l’era post moderna. La famiglia, da un punto di vista culturale, è un media sociale e fin da subito offre al bambino la possibilità di avere spazi altri. Se il genitore vede costantemente il figlio può non rendersi conto dei cambiamenti. Per questo è importante il rapporto con altri. Uno di questi spazi può essere la scuola, ma non è l’unica. Sono tante le agenzie attraverso le quali creare altri spazi. Noi, ad esempio, siamo cresciuti con l’oratorio, gli amici sotto casa. Ad ogni modo è importante la presenza di qualcuno che possa guardare dall’esterno, offrire uno spazio altro e che possa in qualche modo sollevare in parte il genitore.

Come di consueto ci piacerebbe terminare l’intervista con un consiglio rivolto a chi si trova a essere vittima di episodi di bullismo e cyberbullismo, ma anche a chi ha scelto di vestire i panni del bullo/a e a chi quotidianamente si trova a contrastare episodi di questo tipo, come educatori, docenti, formatori, genitori. Da dove partire per uscire da situazioni di questo tipo e per mettere in atto azioni di prevenzione efficaci?

Cercare di abbracciare la cultura dell’essere meno performanti ed essere più umani. Accettare la propria umanità per poter accettare quella degli altri. Il genitore ha un ruolo importante nei confronti del figlio, ma al tempo stesso è il figlio che rende il genitore tale. Non bisogna spaventarsi di fronte le richieste del figlio, ma neanche sottostimarle. Bisogna lasciarsi la possibilità di affidare parte dell’educazione dei propri figli ad altre agenzie e riconoscere, così, i propri limiti. Se non ho tempo, se non ho risorse affettive adeguate, è bene delegare. L’adolescenza è un momento importante, ma come genitori bisogna rispettare i propri limiti che sono limiti umani. Non è sempre necessario dire ai propri figli cosa è giusto e cosa è sbagliato, ovvero dire ai figli cosa devono fare e come devono farloIn termini di prevenzione questo è l’atteggiamento più positivo che un genitore può attuare. Non è necessario essere perfetti, ma è bene essere consapevoli dei propri limiti poiché non si è perfetti, non siamo chiamati ad essere dei super eroi. Ai ragazzi e alle ragazze è bene raccontare che intorno c’è un mondo ricco di occasioni e che in qualche modo meritano di poterle scoprire e conoscere. C’è qualcosa oltre i propri limiti ed è bene esplorare.

 

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La Comunicazione Gentile in sala parto:
Katia Papile, ostetrica, racconta l’importanza dell’empatia durante la nascita

La comunicazione gentile in sala parto | Bambino appena nato

Abbiamo bisogno di gentilezza anche per lasciare la pancia e affacciarci al mondo. Un bisogno fondamentale tanto per le madri, quanto per i bambini e le bambine. Chi ha vissuto l’esperienza di diventare mamma probabilmente lo sapeva già, ma se dovesse esserci ancora chi manifesta dubbio sull’importanza di comunicare con gentilezza o di allenare l’empatia abbiamo un’ulteriore conferma.

Dopo aver conosciuto Katia Papile, Ostetrica presso l’Ospedale di Pescara, abbiamo deciso di affrontare il tema della comunicazione gentile in sala parto, un argomento del quale oggi si parla tanto, ma soprattutto un ingrediente fondamentale per favorire la relazione di fiducia tra l’ostetrica e la mamma.

Una relazione, a ben guardare, particolare: al contrario di tante altre ha i minuti contati, ma è necessaria al fine di rendere l’esperienza della nascita positiva per la mamma e il suo/a bambino/a.

Katia Papille in sala parto
Katia Papile in sala parto

Partiamo dalle presentazioni: chi è Katia Papile?
Sono un’ostetrica ed ho 33 anni! Oltre a questo sono un’eterna sognatrice! Sempre con la testa in movimento pensando alle mille cose interessanti che ci circondano e che mi piacerebbe conoscere!

Ci siamo incontrate in occasione della prima Human Library a Pescara. Di te ci ha colpite la dolcezza e il modo con il quale ti sei avvicinata alla nostra scuola. Poi abbiamo scoperto che dolcezza e empatia sono ingredienti segreti del tuo lavoro. Ma che cos’è secondo te l’empatia?Per come la vedo io è uno strumento che permette di approcciare l’altra persona in maniera “naturale”, creando un clima disteso capace di farla sentire inclusa, compresa e non giudicata.

Sentiamo spesso dire che l’empatia è importante, essere empatici è un valore aggiunto, una chiave che apre innumerevoli porte. È davvero così e perché?
Credo proprio di si! Riuscire a mettersi in sintonia con l’altra persona permette di instaurare una “relazione di fiducia”, un ambiente quasi confidenziale che “riduce le distanze” tra due individui e che permette di condividere determinate situazioni.

Aiuti le donne in uno dei momenti più delicati e al tempo stesso naturali della vita umana: il parto. Cosa rappresenta questo per te?
Il lavoro che svolgo, mi piace definirlo “un onore”! È una grandissima responsabilità ma anche un enorme privilegio poter assistere al verificarsi della più meravigliosa tra le manifestazioni della natura! Ogni giorno insieme alla divisa si indossa una bella carica di adrenalina! Non è facile trovare ambienti lavorativi in grado di regalare le emozioni che si provano in una sala parto! E la cosa più incredibile è che puoi aver provato quella sensazione 100 volte, eppure ad ogni nascita la stretta al cuore è sempre la stessa!

Abbiamo definito la comunicazione gentile “un modello comunicativo basato sulla consapevolezza dell’esistenza dell’altro/a e di tutto ciò che lo caratterizza” (dubbi, paure, incertezze, bisogni, opinioni, ecc.). Quanto è importante, secondo la tua esperienza, adottare un modello comunicativo di questo tipo?
Credo sia semplicemente fondamentale! Dovrebbe essere spontaneo eppure nel frenetismo della vita quotidiana capita di dimenticare che ognuno di noi custodisce un vissuto ed un mondo interiore, agli altri sconosciuto, ma che, in quanto tale, merita di essere rispettato. Questo purtroppo non è facile e non è immediato! Nella maggior parte delle situazioni le tempistiche dettate, i ritmi stressanti, il carico di impegni… ci portano ad avere un atteggiamento tendenzialmente superficiale e giudicante che, viziosamente ci allontana dall’altro vietandoci la possibilità di conoscerlo e vietandogli la possibilità di essere compreso.

Katia Papile in ospedale con colleghe e colleghi
Katia Papile in ospedale con colleghe e colleghi

Un linguista di nome John Austin alla metà degli anni ’50 tenne una conferenza all’Università di Harvard dal titolo: “Come fare cose con le parole”. Il suo intento era uno: dare prova che attraverso le parole influenziamo il corso delle cose, le azioni che le persone scelgono di compiere o non compiere e così via. Immaginiamo che ogni giorno, nell’assistere donne che danno alla luce i/le propri/e bambini/e le parole siano uno strumento fondamentale per incoraggiare, aiutare, sostenere. Come scegli quelle giuste?
Non so se scelgo quelle giuste!!! Quello che mi propongo di fare è cercare di pormi in un’ottica positiva, con l’obiettivo di far scoprire loro il lato migliore della situazione! Accanto alle parole, è scontato dirlo, un ruolo fondamentale è rivestito dalla cornice con la quale queste vengono esposte! Il tono della voce, lo sguardo, l’atteggiamento… la comunicazione non verbale gioca un ruolo fondamentale nella costruzione di una qualsiasi relazione. Mi diverte sempre assistere a come la predisposizione dell’altro muti fulmineamente al mutare del nostro atteggiamento! Anche semplicemente un sorriso, uno sguardo confortante, cambiano improvvisamente l’espressione del volto di chi guardiamo! Se a questi poi accompagniamo dei termini a loro famigliari e confortanti sarà più facile stabilire quella “relazione di fiducia” di cui parlavamo e che, in ambito ospedaliero è basilare.

Allenare l’empatia: che consigli daresti per potenziare questa competenza?
Credo semplicemente provare a porsi in maniera “umile” e priva di pregiudizi nei confronti dell’altro.  Immedesimarsi nella sua situazione senza lasciarsi travolgere da questa!

 

Hai trovato utile questa intervista? Pensi possa interessare o aiutare persone che conosci? Condividila con loro! Aiuterai, inoltre, il progetto Scuola di Comunicazione Gentile a farsi conoscere!

 

Raccontare la disabilità con la fotografia:
la storia di Mara

Mara fotografata da Guglielmo Antuono primo classificato al concorso Inail InSuperAbile 2021

Il periodo del lockdown e l’improvviso distanziamento sociale hanno rappresentato per molti un momento di riflessione sulle priorità della propria vita. Così è stato per Guglielmo Antuono, il protagonista della Storia di Gentilezza che vi raccontiamo.
Guglielmo Antuono è un fotografo professionista, che nel 2021 ha trovato un nuovo punto di vista per esprimere il suo talento: raccontare la disabilità con la fotografia, una delle tante modalità per dare spazio al suo grande desiderio di cogliere l’anima delle persone in una sequenza di scatti. Ci è riuscito con il reportage “Mara”, il suo primo progetto con il suo nuovo obiettivo, che descrive la quotidianità di una bambina con deficit cerebrali permanenti a seguito di un parto d’urgenza.
Tra enormi difficoltà e anche tante sofferenze, il suo sguardo e il suo sorriso sono un’immensa speranza per il futuro. 

Buona lettura.

 

Partiamo dalle presentazioni: chi è Guglielmo Antuono?
Per iniziare desidero salutare e ringraziare il team di “Comunicazione Gentile”, progetto che apprezzo e che trovo utile ed attuale.
Questa è una domanda alla quale ho dovuto rispondere proprio ultimamente per il mio sito, nel quale ho tracciato un piccolo profilo che qui posso riassumere così: mi chiamo Guglielmo Antuono, in arte IGuAn. Fotografo, filmo, esploro e racconto storie cercandone sempre l’anima.

Poco prima della fine del 2021 hai vinto un premio importante: primo classificato al Concorso INAIL “Scatto InSuperAbile”, categoria Fotoreportage, con il progetto “Mara”. Un premio che arriva al culmine di altri riconoscimenti in concorsi fotografici nazionali ed internazionali. Ci vuoi raccontare qualcosa in più?
Nel 2020 abbiamo vissuto tutti un periodo di pausa e io ne ho approfittato per rivedere e riflettere su alcune priorità. Così ho finalmente deciso di costruirmi uno spazio personale dove poter condividere sia le storie che desidero raccontare sia cineFotografia.it, il progetto di ricerca sul linguaggio fotografico e cinematografico. Quel posto oggi esiste e si chiama www.iguan.it.
Nel 2021 ho deciso anche di confrontarmi in alcuni contest nazionali e internazionali e sono arrivate finali, pubblicazioni, una mostra e, a dicembre 2021,
il primo premio al concorso fotografico dell’INAIL con la storia di “Mara”.

Una foto del progetto Mara primo classificato al concorso Inail InSuperAbile 2021
Mara

Il progetto “Mara” è ciò che ci ha portate a contattarti. Prima ancora di saperti vincitore del premio avevi già toccato le corde dei nostri cuori. Hai contribuito ad accendere i riflettori su un tema tanto importante, come la disabilità, ma soprattutto hai dovuto scegliere quale rappresentazione darne. Oggi più che mai la società si interroga su quale sia il modo giusto per rappresentare la disabilità, sollevando riflessioni tanto sulle immagini quanto sulle parole. Tu da dove sei partito? Come ti sei preparato per affrontare questo argomento?
Grazie, mi fa piacere sapere di esser riuscito ad emozionarvi con questo reportage.  Non ho vissuto altre storie simili e il primo approccio, soprattutto con quell’universo immenso dei suoi meravigliosi occhi, è stato per me destabilizzante e coinvolgente. Da lì il desiderio di spingermi nella storia e scrutarla in profondità. Mi sono aperto quanto più potevo e mi sono lasciato attraversare dalla sua realtà.
Una particolare sintonia con il modo di affrontare questa storia l’ho avvertita con i compagni di Mara, che l’hanno accolta sempre con ascolto, comprensione, sostegno e rispetto
. Tali presupposti rafforzano la mia convinzione che un giorno questi ragazzi e ragazze saranno esseri umani migliori.

Quanto tempo hai impiegato per portare a termine il reportage tra progettazione, fase di scatto, editing e stampa?
Il tutto direi, approssimativamente, un paio di mesi.

È stato difficile far accettare la tua presenza nella quotidianità di Mara e della sua famiglia? Come sei riuscito ad essere partecipe, ma non invadente?
No, assolutamente! Mi sono mosso in punta di piedi e solitamente sono il tipo di persona che riesce a stare facilmente bene con il prossimo. Cristina poi, la mamma di Mara, mi ha facilitato l’esperienza facendomi sentire da subito a casa. Lei è una persona fantastica, dotata di una forza incredibile e permettetemi di approfittare di questo spazio per ringraziare ancora lei, Mara e tutte le persone a loro vicine. 

Mara durante gli esercizi quotidiani fotografata da Guglielmo Antuono
Mara durante gli esercizi quotidiani

La storia di Mara può essere il punto di partenza per tante riflessioni. Una di queste è senza dubbio la presenza di barriere architettoniche nella nostra vita. Cosa è cambiato per te dopo l’incontro con Mara? Ci sono cose che riesci a vedere e che prima sembravano inesistenti?
La storia di Mara mi ha cambiato, ha dato nuovi spunti alla mia sensibilità e mi ha mostrato quale meraviglioso inno alla vita lei rappresenti. Mi ha fatto crescere sia da un punto di vista professionale che umano. Barriere architettoniche? Tanta è ancora la strada da fare perché, anche se alcune buone leggi ci sono, non sempre vengono rispettate. Questa storia dovrebbe renderci ancora più attenti nell’osservare e denunciare le cose che non funzionano.

In una tua bio in rete si legge della tua formazione in campo sociale. Probabilmente questa influenza il modo in cui racconti le storie attraverso la fotografia. Quali competenze deve avere un fotografo come te, quali difficoltà incontra e come le supera?
La formazione in campo sociale, oltre quella specifica del settore, è stata una scelta per comprendere meglio alcune dinamiche umane. Ne percepivo l’utilità per poi raccontare l’essere umano nella sua complessità. Penso a materie come la sociologia, la psicologia, l’antropologia che nel mio percorso, utili lo sono state di sicuro. Le difficoltà tipiche di chi decide di dedicarsi a progetti simili sono per tutti noi più o meno le stesse. Da quelle economiche a quelle organizzative. Infatti, o hai un budget dedicato che ti permette di affrontare le spese e stare relativamente tranquillo oppure devi districarti tra diversi lavori e nel tempo libero, dedicarti ai progetti senza fondi. Questo perché capita di non avere sempre dei “commissionati” e, quindi, dei budget in partenza. Capita che decidi di testa tua di provare a realizzare un progetto per poi tentare di venderlo soltanto dopo ma non è detto tu ci riesca. 

Mara a scuola fotografata da Guglielmo Antuono
Mara a scuola

Storie e racconti favoriscono la conoscenza e l’apprendimento. Quali sono, secondo te, le storie che dovremmo conoscere e che ci aiutano ad essere persone migliori?
Ne abbiamo parlato qui, ora, in questa intervista. Mi sento di consigliare di vivere esperienze simili non solo ai colleghi, ma a tutti coloro che vogliono diventare esseri umani migliori.


Per rimanere in contatto con Guglielmo Antuono, ecco i suoi canali di riferimento:
Sito web: www.iguan.it

Instagram: @iguan.film
Storia di Mara: https://www.iguan.it/2021/09/16/mara/

 

Ti è piaciuto il progetto di Guglielmo Antuono? Ti invitiamo a condividere l’intervista sui tuoi canali social e tra le persone che conosci.
Ci aiuterai a far conoscere il progetto Scuola di Comunicazione Gentile e a porre l’attenzione su tematiche importanti in merito all’inclusione sociale.
Lascia in un commento la tua opinione. Siamo curiosissimi/e di conoscere il tuo parere!

 

Anna Barbaro e la forza di chi non smette mai di sognare

Anna Barbaro con la medaglia d'argento a Tokyo 2020

Per la rubrica Interviste gentili, abbiamo raccolto le stupende parole di Anna Barbaro, atleta paralimpica campionessa di triathlon. Ci ha raccontato la sua esperienza come atleta e il suo impegno per avere città più accessibili.

Anna Barbaro l’abbiamo conosciuta grazie ad Elena Travaini, della quale vi abbiamo parlato in una precedente intervista. È stata proprio lei, con il suo entusiasmo contagioso, a parlarci di una ragazza con una storia sorprendente e con uno spirito combattivo invidiabile.
Ora che le abbiamo conosciute entrambe possiamo dire che sono l’unione di una forza senza fine.

Anna si è presentata subito con il suo sorriso luminoso e con il suo modo di parlare sintetico, ma immensamente profondo. Una persona che ci ha colpito per la sua schiettezza e per la sua capacità di continuare a sognare, nonostante tutto. Anna 10 anni fa si è dovuta arrendere ad una malattia che le ha portato via la vista in pochi mesi. E dopo 10 anni con tenacia, dedizione e tanta fatica è riuscita a raggiungere l’obiettivo più ambito per ogni sportivo, ossia partecipare alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Come atleta di triathlon non si è “limitata” a partecipare, ma ha vinto l’argento tagliando il traguardo avvolta nel tricolore. Parlando con lei abbiamo scoperto come si realizzano i sogni e vogliamo raccontarvelo.

Anna Barbaro durante le paralimpiadi di Tokyo 2020
Anna Barbaro durante le paralimpiadi di Tokyo 2020

Partiamo dalle presentazioni: chi è Anna Barbaro?

Anna Barbaro è una persona come tante, una persona particolare nella sua unicità, che da ragazza viveva di sogni come tutti gli adolescenti. La patologia che ha colpito la sua vista ha modificato i suoi sogni e dal voler essere una musicista e un’ingegnera è diventata un’atleta, una triatleta, che ha partecipato alle paralimpiadi di Tokyo. Una persona che ha cambiato i suoi sogni per la voglia di vivere e di abbracciare la vita in qualsiasi modo gli sia stata posta davanti. Ogni persona ha la sua storia e come tali siamo uniche, io sono questa.

Nel 2011 la tua vita è stata completamente modificata da un virus che ti ha portato a perdere la vista.  Durante il nostro primo incontro ci hai parlato del sostegno che hai avuto da parte di persone con disabilità visiva. Cosa ricordi di quei momenti?

Spesso da soli non si riesce a trovare la forza per rinascere. A volte non bastano neanche gli altri finché non accetti quello che ti sta succedendo. Nei primi mesi della mia malattia mi sono isolata, ma nonostante questo ci sono state tante persone a me vicino che nel momento in cui io sono stata pronta mi hanno aiutata, rispettando i miei tempi. Ogni volta che si cade bisogna ritrovare se stessi, per poi poter stare con gli altri. L’ostacolo più grande è proprio quello di riconoscere che si ha bisogno di aiuto. Le persone che mi hanno aiutata hanno rispettato i miei tempi e questo è stato fondamentale. Mi hanno sostenuta e dato la forza, ma solo quando io ero pronta a ricevere tutto questo. I gesti degli altri in un primo momento non sono riuscita a comprenderli, ma a distanza di 10 anni ho capito quanto sono stata fortunata. Io sono stata una spettatrice di quello che mi stava accadendo: una dottoressa mi ha detto “Anna vivi la tua vita giorno per giorno”. In quel momento ho capito che tutto quello che stava accadendo mi riguardava e che dovevo chiedere aiuto. Studiando mi sono resa conto che in tutti i contesti, come quello sportivo, ci sono sempre i momenti no, le cose che non vanno e ogni volta bisogna sempre ritrovarsi per riniziare, per essere ancora più forti e per chiedere aiuto.

Anna Barbaro e il suo cane Nora
Anna Barbaro e il suo cane Nora

Dopo la malattia hai scelto di intraprendere una carriera sportiva con il Triathlon, sport impegnativo che richiede forza, agilità e resistenza.
Com’è nata questa decisione? E quanto è stato importante lo sport a livello motivazionale?

Una delle canzoni che amo di più è La somma delle piccole cose di Nicolò Fabi. Il risultato di questa gara è stata proprio la somma di piccole cose. Volevo guadagnarmi piccoli passi di vita quotidiana. Ho iniziato con l’entrare in piscina, per ritrovare una motivazione, ho continuato con le gare regionali di nuoto, ho continuato con il nuoto in vasca vincendo i titoli italiani, ho continuato con il nuoto in acque libere, tra cui la traversata dello Stretto… è la somma di piccoli passi che mi ha portato fino là. Io lo penso come un disegno scritto, come un percorso, che pian piano inizi a fare. A volte torni indietro, a volte vai avanti. Sono parole già sentite tante volte, ma la mia storia è proprio andata così. Io sono partita dal nulla: ho cominciato con una gara regionale, poi una nazionale, poi con un’altra nazionale, poi ho unito gli sport…e poi una persona della federazione nazionale di Triathlon mi ha detto “provaci”. Io ho provato e mi è piaciuto. Credo che sia stato lo sport a prendere me per la somma di piccoli passi. Poi ho fatto i campionati italiani, poi i campionati internazionali fino ad arrivare a Tokyo. È la somma di piccole cose che crea la tua vita e le cose che si fanno, non sempre liscia come un’autostrada, ma quando arrivi alla fine di quella strada e proprio lì che dici “che bello!!!”. Se ci pensi è un paradosso, perché dici “la strada è stata lunga 10 anni, tu quanto hai gioito? 30 secondi? 1 minuto?! Ma la bellezza della vita è proprio questa: fare un percorso lungo anni per godere di un momento di felicità davvero breve, ma intensissimo perché pieno di tutti quei piccoli passi che hai fatto.

Nel 2021 hai raggiunto un traguardo importantissimo: hai vinto l’argento alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. L’immagine del tuo arrivo insieme alla tua guida Charlotte Bonin avvolte nella bandiera italiana ha emozionato il mondo, che ancora combatte con distanziamento, contagi e, ahimè, perdite umane. Qual è stato il momento in cui ti sei resa conto che stavi compiendo un’impresa? E quali sono state le emozioni di quei giorni? 

Io mi sono sempre sentita, fin dall’inizio, un esserino piccolo piccolo come una formica. Mi sono sempre paragonata ad una formica che gira intorno ad una grande pietra di cibo e dice: “Se io arrivo a quella pietra sarò felicissima, proverò una gioia immensa, ma non riesco a prenderla quella pietra perché è troppo pesante per me che sono piccolissima”. Tu immagina, io ho fatto tutti quei passi e ad un tratto arrivo lì, prendo questa pietra grande e alzo la mano. Ecco io mi sono sentita così! Ansia? No, nessuna ansia perché ero lì, ero tra le 10 persone al mondo ad essere lì. Quante persone al mondo volevano essere lì e non ci sono riuscite? Io piangevo perché ero già contenta di essere lì, ero già felice per questo. A volte non mi rendevo neanche conto, piangevo e basta!

Anna Barbaro in compagnia della sua guida mentre taglia il traguardo a Tokyo 2020
Anna Barbaro in compagnia della sua guida Charlotte Bonin mentre taglia il traguardo a Tokyo 2020

Il tuo impegno però non si chiude con lo sport. Sei una persona attiva, dinamica e, tra le tue attività, c’è anche un forte impegno nel sociale.
Puoi parlarci un po’ dei tuoi progetti in quest’ambito?

Oltre ad aver creato una piccola realtà a Reggio Calabria sono in prima linea per migliorare la situazione nella mia città. A chi mi chiede aiuto, in particolare persone non vedenti, rispondo positivamente e proprio a tale proposito ho conseguito l’abilitazione irifor per insegnare queste cose. Negli ultimi anni sono mancata molto per impegni sportivi, in passato lavoravo a scuola per aiutare bambini non vedenti e ora sto riprendendo anche i vecchi impegni e al tempo stesso sto lavorando a nuovi progetti. 

La Scuola di Comunicazione Gentile promuove l’inclusività e conosciamo, anche a livello di accessibilità digitale, le difficoltà che incontrano le persone con disabilità visiva nel leggere un contenuto on line o nell’accedere alle piattaforme. Quali accortezze consigli ai nostri lettori per rendere la rete un luogo inclusivo?

La prima cosa: quando si fanno i pdf e i word è bene farli in versione testo e non immagine perché i lettori leggono male i primi. Sui social il testo alternativo è fondamentale: nessuno lo vede, ma per le persone non vedenti sono testi fondamentali che ci aiutano a comprendere le pubblicazioni perché tramite i testi alternativi noi otteniamo una descrizione di quello che le persone vedono. Proprio da qui si potrebbe partire per abbattere molti muri che incontriamo utilizzando i social network.

Anna Barbaro in compagnia del suo cane
Anna Barbaro in compagnia del suo cane guida Nora

La gentilezza aiuta a migliorare le relazioni e permette di trovare sempre un punto d’incontro. In base alla tua esperienza, qual è il messaggio gentile che desideri lasciare per chi magari in questo momento sta vivendo un periodo di difficoltà? 

Non bisogna mai sentirsi soli perché soli non lo si è mai. Quando ci si sente soli bisogna guardarsi intorno perché qualcuno disposto ad aiutarci c’è sempre. E soprattutto bisogna donare gratuitamente perché quando meno ce lo aspettiamo qualcosa torna indietro. Proprio come è accaduto a me. 

Per conoscere e seguire Anna potete scriverle su annicabar@hotmail.com e seguirla sui social 

IG https://www.instagram.com/annicabar/
FB  https://m.facebook.com/annabarbaroatleta/

Attivismo e gentilezza:
intervista a Benedetta La Penna

Attivismo e gentilezza | Intervista a Benedetta La Penna

Attivismo e gentilezza si incontrano nell’impegno civile e politico portato avanti da Benedetta La Penna, Operatrice socioculturale in Arci Pescara, Responsabile Comunicazione Conferenza Donne Democratiche della prov. di Pescara, Speaker e Autrice in Radio Città – Radio Popolare Network.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare con lei quattro chiacchiere, colpite dal suo modo di essere un’attivista…gentile. La politica ci offre quotidianamente esempi negativi sull’utilizzo della parola e del linguaggio, la facoltà che più ci distingue da tutte le altre specie. Il suo, al contrario, è un esempio positivo di come si possa portare avanti degli ideali senza cadere nell’offesa e nelle manifestazioni di odio.

Non vogliamo anticiparvi nient’altro perché abbiamo chiesto a Benedetta di raccontarci davvero tante cose. 8 domande che sono una finestra sul mondo da aprire e non chiudere più!

Buona lettura!

 

Partiamo dalle presentazioni: chi è Benedetta La Penna

Benedetta La Penna credo che sia, prima ancora di un’attivista, una persona consapevole. O almeno, ci prova. Donna, bianca, di classe media, bisessuale. Dalla consapevolezza di ciò che sono, non solo ho capito quali siano le mie discriminazioni, ma soprattutto quali siano i miei privilegi. E da li ho capito in quali battaglie io posso essere portavoce e quali un alleata. 

Detto questo Benedetta è un’attivista che si occupa della diffusione dei diritti umani come unica forma di giustizia sociale e politica e per farlo utilizza la scrittura, perché a differenza di molte sue compagne può farlo senza avere ripercussioni gravi, la radio, perché ha una voce ed una preparazione, i social e le piazze.  Fare attivismo significa prima di tutto parlare con le persone e dare loro uno strumento in più per riflettere su quello che accade nel mondo. Poi, chiaramente, possono pensarla diversamente da te, ma almeno hai contribuito a dare loro maggior consapevolezza della realtà, facendo anche informazione.Nel dettaglio, ho delle collaborazioni con alcune testate online, come BL Magazine, dove curo la rubrica sul femminismo Intersezionale; Primo Foglio, una testata locale cartacea; Intersezionale, in cui tratto argomenti inerenti sempre ai diritti umani, soprattutto attraverso le dirette e le video interviste e Pressenza Italia

Ho un programma radiofonico chiamato Stand Up! Voci di Resistenza, su Radio Città Pescara, che è la sede pescarese di Radio Popolare, ed è un talk che tratta di politica e attualità con delle “lenti” femministe intersezionali. Sono la co-fondatrice del Collettivo “Zona Fucsia” a Pescara, gruppo transfemminista in cui proviamo a fare cultura e pressione politica pacifica alle istituzioni. Per vivere mi occupo invece di libri e di eventi culturali alla Libreria Primo Moroni di Pescara, la libreria indipendente della città, un vero e proprio centro di resistenza urbana.

Attivismo politico e gentilezza | Benedetta La Penna in Radio
Benedetta La Penna in radio durante il suo programma radiofonico Stand Up! Voci di Resistenza

Seguendoti sui social, in particolare Facebook, l’impressione che abbiamo avuto è stata quella di trovarci davanti ad una persona che vuole fare cultura sulla grande questione dei diritti umani. È così? Quando hai iniziato a sentire l’esigenza di parlare al mondo?

Giusto. Almeno, ci si prova! Fare cultura sui diritti umani è forse la cosa che mi esce più facile fare. Nel momento in cui ho scoperto la Dichiarazione Universale dei Diritti umaniad un corso Erasmus+ a Vienna sul “Civil Courage” la mia vita è davvero cambiata. Ne ho fatti parecchi di Training Course in giro per l’Europa (di cui uno sulla leadership politica a Tbilisi, sempre tramite Erasmus) che mi hanno formata, ma credo che questo in particolare mi abbia scaturito quel “click”.Insomma, ad oggi, se devo pensare ad un momento chiave nella mia vita, è proprio quel corso li, oltre ad un’esperienza di violenza domestica che però ho maturato anni dopo. Ricordo che il tutor, in un inglese con un forte accento tedesco, ci disse che avere un lavoro ben pagato e soddisfacente fosse un diritto di tutti. Io rimasi stupita, come è possibile? Davvero è un mio diritto la felicità? Amare chi voglio, avere cure? Si, ma a differenza degli altri diritti, non sono penali. Allora da li ho capito che solo con molta cultura e pressione politica si può forse fare la differenza.

Nello specifico mi occupo di diritti delle donne: sopra scrivevo che ho ben in mente quali siano i miei privilegi e le discriminazioni che subisco. Essere donna oggi è meglio di 100 anni fa, non ci sono dubbi, ma gli obiettivi e le modalità di discriminazione cambiano. Proprio perché sono dell’opinione che bisogna dare voce ai diretti interessati, mi occupo delle questioni di genere. Perché io in primis sono protagonista di queste discriminazioni. Senza però abbandonare le altre lotte, ma in quel caso utilizzo il mio privilegio per essere una buona alleata, senza togliere spazio a chi quella discriminazione la subisce davvero, ma anzi amplificandolo con i miei mezzi: la radio, i giornali, il web.A parte quel momento a Vienna, in cui ero inesperta ed ero a quel Training Course per caso, ho sentito la necessità di parlare e di fare del mio attivismo una missione quando, guardandomi intorno, mi sono resa conto che c’era bisogno di qualcun che prendesse l’iniziativa, fare da capofila. Mi son detta che forse se non lo facevo io non lo faceva nessun’altro, così mi sono buttata senza pensare alle conseguenze… ho pensato che le ingiustizie erano troppe, e che dovevo agire prendendomi il buono e cattivo tempo.

La collettività e l’opinione pubblica devono spesso fare i conti con immagini stereotipate senza esserne pienamente consapevoli. Tu sei un’attivista, parola a volte associata ad un’immagine negativa, ma noi ti abbiamo definita un’attivista gentile per il linguaggio che utilizzi e il modo con il quale entri nelle bacheche personali delle persone, raccontando quello che accade non solo in Italia. Ti eri mai soffermata su questo aspetto? Che biglietto da visita è oggi essere attiviste e quali temi ti stanno più a cuore?

Nella mia bolla la parola attivista è una parola abbastanza neutra, o forse addirittura con una connotazione positiva. Mi rendo conto che in giro ci siano moltissime persone che fanno attivismo ma in un modo diverso dal mio, ma credo che ognuno segue il modus operandi che più sente suo. All’inizio anche io ero molto arrabbiata ed avevo una comunicazione aggressiva, proprio perché quando ti rendi conto di tutto quello che nella società non va, non è facile rimanere calmi. Alzi la voce, ti senti incompresa… per poi capire però che in questo modo il messaggio non arrivava lontano. Ci vuole tempo, molta autocritica e autoscoscienza.

Il messaggio positivo è la cosa che bisogna custodire e tenere integro nella comunicazione politica, e dopo anni ho capito quali sono stati i miei errori. Chiaramente poi vedo le/i attiviste/i più famosi e ne studio il loro modo di attivarsi, e da li cerco di imitarli o meno. Ma alla fine ognun* di noi trova il modo migliore di parlare al mondo e di mandare a segno quel messaggio. Io lo faccio così, con i miei mezzi, il mio linguaggio, e vedo i miei risultati. Certo,  facendo attivismo “gentile” in un mondo in cui la popolarità dipende dalla tua performance e dalle accese discussioni nei talk è difficile avere visibilità. Ma quando pensi di fare un buon lavoro penso che i risultati siano più saldi e duraturi.Quindi per me essere attiviste oggi è un biglietto da visita come un altro, credo.

La parola attivista è neutra, spetta a te dare la connotazione, a seconda delle tue azioni. E io spero di dargli una connotazione positiva. E il feedback che ho da parte delle persone me lo conferma. Come dicevo prima il tema che mi sta più a cuore è la parità di genere, quindi il femminismo. Transfemminismo, per la precisione, in quanto per me anche una donna trans è una donna a tutti gli effetti (lo specifico perché nel femminismo questo punto ha diviso il movimento).

Ecco, secondo me più che attivista è la definizione “femminista” che fa paura e viene vista come un qualcosa di negativo, ma non mi vergogno di esserlo e di definirmi tale, non lo nascondo quando me lo chiedono. Femminismo non è il contrario di maschilismo, ma è la lotta contro il sessismo istituzionalizzato, ovvero il patriarcato, e vuole la parità dei diritti economici sociali e politici tra uomini, donne, persone non binarie. Spesso però si pensa che le femministe siano donne arrabbiate e violente, ma proprio perché, come dicevo prima, nella società della performance e della corrida intellettuale, si ha molta più visibilità in questo modo. Questo anche quando a ricorrere ai toni accesi è una sola femminista, rispetto alle altre 100mila femministe (e femministi) che invece fanno del movimento la loro vita con il dialogo e la passione. È un brutto gioco, ma conoscendo le regole di questo gioco ci si regola sulla partita.

Benedetta La Penna durante il FLA a Pescara
Benedetta La Penna durante il FLA a Pescara

La politica spesso ci mostra due facce dicotomiche della stessa medaglia: da una parte i grandi valori, dall’altra una grave incapacità di gestire le relazioni umane. Toni aspri, linguaggio forte, scivoloni, non solo durante le campagne elettorali, dove sembra che tutto sia concesso, ma anche nel dichiarare ideali e posizioni. Esiste un’alternativa a tutto questo?

Come dicevo prima, nell’età delle performance penso che molti politici seguano le regole di un gioco che nel corso del tempo si è trasformato, influenzando anche il modo di fare politica. Non dico che sia giusto, anche io reputo ad oggi che sia sbagliato il modo di fare di alcuni di loro. Forse è proprio per questo che penso che sia arrivato il momento di entrare in politica, come dovrebbero fare tutte le persone che come me hanno a cuore la giustizia sociale. Sono dell’opinione che ognuno di noi può essere parte attiva del cambiamento del mondo, in tutti gli ambiti. Se una cosa non ti piace, non basta criticarla, bisogna trovare l’alternativa, essere l’alternativa: ecco la differenza tra critica generativa e critica distruttiva. Le critiche sono parte essenziale della crescita, ma va affiancata la parte risolutiva. Anche quando una cosa non mi sta bene cerco sempre di essere propositiva e di usare un linguaggio positivo. Come diceva Obama, tirare le pietre (letteralmente e metaforicamente) non è fare attivismo.

Due punti del nostro Manifesto della Comunicazione Gentile recitano: “Esponi con rispetto la tua opinione, per sentirti parte della collettività” e “Spiega con competenza il dissenso, per condividere nuove idee e visioni”. Tu lo fai praticamente ogni giorno. Quanto è difficile essere gentili quando bisogna dissentire o controbattere?

Ah, difficilissimo! Ammetto che molto spesso mi arrabbio, soprattutto quando non riesco ad occuparmi di tutto, quando continuano a succedere le ingiustizie. Ma succede spesso quando discuto nelle assemblee e con le mie compagne di lotta, ma poi cerco sempre un modo per trasformare la mia rabbia in proposte e di porle in un linguaggio positivo. Se si continua a distruggere si tornerà sempre al punto di partenza. Se si costruisce, ci può essere un progresso. Se il messaggio e l’idea sono realmente validi (come lo è la parità di genere, un obiettivo auspicabile per donne e uomini) e li si espone nella maniera più chiara possibile, è possibile controbattere molto meglio di chi alza la voce. E questo l’ho capito con l’esperienza, perché essere aggressivi è estremamente facile quando ti toccano nel profondo. Ma poi, se pensi al modo in cui risolvere, capisci che devi fare diversamente. Appunto: esponendo con rispetto la propria opinione, spiegando con competenza il dissenso, proponendo nuove idee. Rimanendo però costantemente sul pezzo.

Sappiamo che il tema del linguaggio ti ha toccata da vicino più di una volta. Hai moderato incontri importanti con persone che stanno cambiando le regole del gioco in questo momento, come Vera Gheno e Porpora Marcasciano. Spesso, quando si accendono i riflettori sull’importanza del linguaggio c’è chi dice che ci sono cose più rilevanti alle quali pensare. Secondo te perché?

La questione del linguaggio è un ambito che mi appassiona particolarmente, soprattutto da quando ho studiato Linguistica all’univesità: mi si è aperto un mondo. È un argomento complesso ed è molto difficile da spiegarne l’importanza in poche righe. Penso che il linguaggio sia l’estensione di se stess*, e le parole possono davvero creare le cose intorno a noi. Ho letto di interviste di persone trans che si sono sentite accolte e si sono riconosciute quando la parola “trans” è iniziata ad essere usata e diffusa. Quella parola ha creato una comunità e le ha visibilizzate. Non è poco. La stessa cosa è successa con le persone no-binary, queer (che all’inizio aveva una connotazione negativa, ma che con la volontà degli attivisti è stata trasfomata in quello che significa oggi: un termine ombrello in cui tutt* ci sentiamo liber* di essere), e moltissime altre. 

Se io uso un linguaggio gentile e inclusivo, io do il via ad una serie di meccanismi positivi, che possono creare alleanze, dinamiche politiche e azioni concrete. Non a caso, le più grandi rivoluzioni sono iniziate da discorsi di grandi leader. “I have a dream” è uno slogan che ha cambiato la vita di moltissime persone all’epoca, perchè ha generato buone pratiche. E come quello ce ne sono tantissime altri. Tema inerente al linguaggio, ed è molto caldo in questo periodo, è proprio l’utilizzo dello schwa, ma ci vorrebbe un’intervista a parte. L’utilizzo di questo simbolino (ə) non è ovviamente la soluzione definitiva per avere un linguaggio più inclusivo (ovvero, includere nella nostra lingua anche le persone che non sono ne di sesso maschile ne di sesso femminile), ma è un modo semplice per dire “ehi tu, si tu… voglio parlare anche a te e mi interessa sapere cosa pensi”.  A me non costa nulla usarlo, e se nella platea conosco tutte le persone presenti e so che sono binarie non lo uso. Dipende dal contesto. In radio e nei blog si, perché voglio arrivare anche alle persone non binarie o fluide. E l’uno non esclude l’altro. Infatti, quando sento persone che dicono che ci sono problemi ben peggiori, io rispondo con una parola: benaltrismo.

Si può fare “attivismo linguistico” in contemporanea con moltissime altre lotte e anche qui, l’una non esclude l’altra. È il potere dell’intersezionalità, capire che tutte le oppressioni sono collegate tra di loro, e ci si può tranquillamente occupare di più cose contemporaneamente ed anzi, forse solo facendo una lotta alla discriminazione si può cambiare la situazione. Dedicarsi ad una battaglia per volta non credo sia la cosa più efficace da fare ad oggi.

Benedetta La Penna durante una manifestazione
Benedetta La Penna durante una manifestazione

Il tuo impegno è spesso a favore delle donne e sappiamo che i temi sui quali riflettere sono tanti. Dal gender gap alla violenza fisica, verbale, psicologica. Negli ultimi tempi si parla tanto di linguaggio inclusivo: sappiamo che non è la panacea di tutti i mali, ma un modo per iniziare a praticare atti di gentilezza. Secondo te sulla questione delle donne a che punto siamo? In quale direzione bisogna andare per cambiare davvero le cose?

Come dicevo prima, la situazione delle donne è migliorata rispetto a 100 anni fa: abbiamo la legge sull’aborto (molto lacunosa, ma anche qui ci vorrebbe un’intervista a parte), la legge sul divorzio, lo stupro come reato e non come semplice crimine contro la morale pubblica e così via. Ringrazierò per sempre le compagne femministe che sono venute prima di me. Ma è chiaro che, come cambiano le leggi, cambia anche la società e quindi si rinnovano gli obiettivi del movimento femminista.

100 anni fa non c’era il revenge porn, l’aggravamento del body shaming e del catcalling.Continuano ad esserci femminicidi, la 194 viene davvero messa in discussione, il gender salary gap… La situazione non è serena, e dobbiamo sempre rimanere allerta per far sì che questi nostri diritti non ci vengano confiscati, perché considerati troppo spesso una “gentile concessione”. Purtroppo non possiamo né fermarci né accontentarci, perché la discriminazione c’è e pesa sulla spalle di miliardi di donne.

Io penso che l’unico modo di agire è alzare la testa ogni volta che vediamo che qualche nostro diritto viene meno, divulgare il più possibile un modo di vivere la società in maniera paritaria e giusta, infrangendo quella convinzione che molte donne hanno ovvero “tanto non cambierà nulla”. Il punto di rottura è proprio li: se a milioni di donne non sta bene quello che vede, ci si può alleare e riequilibrare le cose, e diventare parte attiva del cambiamento. Credo che sia questo il femminismo, l’alleanza, la costanza, creatività ma anche molta disciplina. Rimanere sul pezzo e fare pressione politica affinchè le leggi cambino sempre più a favore dei più.

La gentilezza mette sempre d’accordo, per questo ti chiediamo un consiglio gentile o un insegnamento che ritieni indispensabile condividere. L’obiettivo è aiutare chi legge a migliorare la qualità della vita e la gestione delle relazioni!

Sii parte attiva del cambiamento. Molti ti diranno che non puoi cambiare ciò che non ti piace, e invece, se si sta insieme, è possibile. E quando vedi che sale la rabbia, e ti senti sopraffatt*… prendi fiato e ricomincia.

 

Quello che ci rivolge Benedetta è un vero e proprio invito ad essere persone interessate a ciò che accade intorno a noi. Lasciamo da parte l’indifferenza e facciamo spazio alla consapevolezza!

Se questa intervista ti è piaciuta ti invitiamo a condividerla attraverso i tuoi canali social e tra le persone che conosci. Ci aiuterai a far conoscere il progetto Scuola di Comunicazione Gentile e a portare l’attenzione su temi che ci toccano da vicino ogni giorno!

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Gentilezza: significato, potere e storia di una parola longeva a cura del prof. Paolo Canettieri

Gentilezza significato potere storia | Intervista Paolo Canettieri

Per la rubrica Interviste Gentili, in vista del Natale, abbiamo deciso di raccontarvi una storia molto intrigante che parla di lingua e di cultura. Di cosa si tratta? Del significato originario, del potere e della storia della gentilezza.
E lo facciamo con il professor Paolo Canettieri, ordinario di Filologia Romanza presso l’Università Sapienza di Roma.
Abbiamo conosciuto il professor Canettieri grazie ad internet e in un’interessante chiacchierata in videochiamata, durante la quale ci ha raccontato del suo progetto: scrivere la storia della gentilezza.

L’idea ci ha subito affascinate, anche perché ricostruire l’evoluzione del termine gentile e della gentilezza è un’impresa non da poco, viste le implicazioni sociali e culturali che hanno. E così gli abbiamo proposto di realizzare un’intervista sul nostro blog per presentarsi e darci qualche piccola anticipazione sul lavoro che sta svolgendo, insieme a qualche consiglio su come affrontare oggi il tema della gentilezza.

Gentilezza categoria periodo romano | Paolo Canettieri
La gentilezza è una categoria che nasce nel mondo romano

Partiamo dalle presentazioni: chi è Paolo Canettieri? 

Sono un professore di una materia letteraria, la Filologia romanza, che si occupa di studiare le lingue che discendono dal latino e i testi che in queste lingue sono scritti.
In particolare, il filologo romanzo si occupa del periodo aurorale delle civiltà romanze, cioè il Medioevo. Di qui una riflessione profonda sui lasciti di quest’epoca alla Modernità e sulla funzione di cerniera che questo periodo ha avuto fra noi e la Classicità.

Parliamo adesso di un suo progetto. Sappiamo che sta lavorando ad un compito arduo: ricostruire la storia della gentilezza. Ci dica qualcosa di più: da dove nasce l’idea e perché ha deciso di intraprendere questo lavoro? 

L’idea nasce proprio dai fondamenti della mia disciplina: la riflessione sui lasciti del medioevo e la sua funzione di cerniera. La gentilezza è una categoria che nasce con il mondo romano, si sviluppa nel medioevo e, mutando in parte di significato e statuto ontologico, giunge fino a noi
L’aggettivo gentile viene dal latino gentilis, che non significava quello che significa oggi. Indicava l’appartenenza ad una gens e quest’ultimo concetto è legato al greco γένος “stirpe”, da cui, ad esempio, la genealogia, lo studio dei rapporti di discendenza, gruppo di uomini che hanno in comune un medesimo antenato e il nome. L’appartenenza alla gens determina il ceto in cui si rientra (si pensi alle più note, la gens Claudia, la gens Julia ecc.) e i gentiles erano quindi i nobili, gli aristocratici.
Il fatto è che nel Medioevo i gentili, intesi come gli aristocratici, crearono un insieme di norme distintive rispetto agli altri. La gentilezza, intesa come oggi la intendiamo, era appannaggio di re, duchi, conti, visconti e nasce prima nella Francia del Sud e poi viene esportata nelle altre regioni, Francia del Nord, Italia, Penisola Iberica, Germania ecc. Solo con il XIII secolo quest’etica si diffonde presso i ceti che imitavano nei modi gli aristocratici, in primo luogo i mercanti (ma non solo). Con gli sviluppi della Modernità, resta un collegamento fra il significante, gentile, e l’etica ad esso legata, che comportava soprattutto un trattamento elevato nei confronti delle dame e spesso la sottomissione dell’uomo nei loro confronti, ma anche una serie di regole nei modi di comportamento in società, a tavola, persino in guerra. L’insieme di queste regole costituisce ancora oggi uno dei cardini della civiltà e del processo di civilizzazione dell’uomo.

Come in parte ci ha raccontato, tutto parte dal termine “gentile”, una parola che subisce nel corso del tempo grandi evoluzioni. Quali sono le difficoltà incontrate per raccontare i vari passaggi di questo termine?

In sé, la ricostruzione dell’etimologia è ben nota, quindi questo non comporta difficoltà. La questione rilevante, tuttavia, è quella di studiare come l’evoluzione di questa parola si intrecci e vada di pari passo con l’evoluzione dei costumi e questo è un problema storico, innanzitutto.

Gentilezza significato appartenenza ceto aristocratico | Paolo Canettieri
Aristocrazia e uomini di classe

Un aspetto che invece l’ha sorpresa studiando la storia della gentilezza?
Mi ha impressionato soprattutto il fatto che la gentilezza abbia costituito un fattore imitativo importante delle classi elevate: si pensi che ancora oggi diciamo “un uomo di classe”. Anche il concetto di classe ha un’evoluzione parallela a quello di gentile. Oggi la gentilezza non comporta più questo, sembra un dato acquisito, ma non lo è, perché la villania è sempre in agguato nell’etica umana, la vediamo saltar fuori ogni volta che abbassiamo la guardia.

Ricorda nella sua esperienza accademica episodi di non gentilezza?

Molti, ma non ne parlerò, per gentilezza.

Qual è il consiglio gentile che desidera lasciare?

Credo che la gentilezza sia un processo inevitabile, ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, anche nei momenti in cui saremmo meno portati a comportarci in modo gentile.

Un libro per avvicinarsi alla comunicazione gentile?

La civiltà delle buone maniere di Norbert Elias, ora da leggere, e Il declino della violenza di Steven Pinker.

 

Avevi mai riflettuto su questo aspetto “esclusivo” del termine gentile? Quest’intervista per noi è stata utile proprio per far luce sull’importanza di ricostruire la storia del pensiero per poter capire meglio il presente e le sue mille sfaccettature.
Se desideri porre altre domande o curiosità al professor Paolo Canettieri, puoi contattarlo all’ email paolo.canettieri@uniroma1.it.

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La normalità di vivere a contatto con la disabilità: la storia di Raffaella e Giancarla

Per la rubrica Interviste Gentili siamo molto felici di condividere la storia di Giancarla e Raffaella, due sorelle che hanno costruito un rapporto intenso e ricco d’amore, venendosi incontro giorno per giorno.  Abitudini, sguardi, sorrisi e gesti segreti, come un linguaggio in codice, hanno reso la diversità un valore aggiunto nel loro stare insieme.
Raffaella è infatti affetta dalla nascita da Tetraparesi spastica e vive la sua vita in cameretta, circondata dall’affetto dei suoi cari e dagli oggetti ai quali è molto affezionata. La sua malattia non le ha impedito di dare amore alla sua famiglia e i suoi grandi occhi sanno comunicare al mondo che la forza della vita non è in quello che si definisce “normale” per convenzione, ma in quello che noi rendiamo consuetudine. 

Giancarla ci ha colpito proprio per questo: la sua capacità di rendere consueto ciò che al di fuori potrebbe sembrare difficile da sostenere.  Seo Copywriter e Jane Austen addicted, con la sua energia avvolge tutto quello che c’è intorno!

Buona lettura in compagnia di due grandi donne.

 

Partiamo dalle presentazioni: chi è Giancarla Zaino Marciano

Sono una Seo Copywriter. Per lavoro mi occupo di comunicazione aziendale con un focus sui contenuti: mescolando SEO, tecniche di scrittura e amore per le parole ho trovato un ambito del Digital Marketing che mi piace tantissimo e ho deciso di renderlo la mia professione come freelance da circa un anno e mezzo. 

Adesso passiamo a Raffaella: chi è e qual è il suo più grande insegnamento?

Raffaella è la mia sorellina di 25 anni, affetta da Tetraparesi spastica fin da quando è nata. La sua patologia le ha impedito di camminare, di parlare e di udire, ma di certo non di comunicare. Ha affrontato tanti problemi di salute e da circa 10 anni si nutre tramite alimentazione enterale e respira grazie all’ossigeno che le arriva ai polmoni tramite una cannula tracheostomica. Il suo più grande insegnamento è il sorriso anche nei giorni di dolore. Ha affrontato operazioni, malattie e crisi sempre con serenità, senza lamentarsi mai. Giorno dopo giorno, mi ha insegnato che ogni problema può essere affrontato con lo spirito giusto.

Foto di Raffaella
Raffaella

Cos’è per te la normalità?

La normalità è vivere la quotidianità che ho costruito negli anni. Ho girato tanti ospedali e conosciuto tante persone, ognuna con le proprie difficoltà e malattie, e ho capito che il concetto di normalità è molto relativo, quasi un punto di vista. Ciò che è normale per me non è detto che sia normale per te e viceversa. La normalità è accettare una routine e uno stile di vita, accettare le diversità dell’altr*, avere la capacità di vivere giorno per giorno, imparando dal passato e preparandosi al futuro. Perché la normalità è un concetto liquido: ciò che è normale oggi potrebbe non esserlo più domani. 

Il contatto quotidiano con la disabilità cos’ha rappresentato per te?

Rinunce e sacrifici da un lato, perché ho trascorso la mia infanzia, adolescenza e anche parte dell’età adulta basando la mia vita sulle esigenze della famiglia; dall’altro, mi ha reso capace di comprendere e accettare le diversità, proprio perché le ho vissute come normalità. E questo è un valore che mi caratterizza, sia come persona, che come professionista.

Ricordi episodi di discriminazione della disabilità che ti hanno particolarmente colpita?

Fortunatamente non ho vissuto episodi di discriminazione nei confronti di mia sorella, probabilmente perché avendo frequentato soprattutto gli ambienti ospedalieri, il clima è di comprensione e di condivisione. Mi sono rimaste impresse, però, domande curiose di altri bambini che nella loro purezza hanno cercato di capire perché Raffaella era diversa dagli altri e questo non ha nulla di negativo, anzi. Se insegnassimo ai bambini a capire, conoscere e accettare le diversità, avremmo delle future generazioni migliori.

Foto di Raffaella e Giancarla
Raffaella e Giancarla in un abbraccio

Qual è il consiglio che vuoi lasciare?

Parlare della disabilità e della diversità nelle scuole, nelle università e anche nei luoghi di lavoro per creare una cultura della diversità basata su una visione positiva. Potrebbe essere la spinta all’inclusività di cui oggi abbiamo sempre più bisogno. Un altro consiglio sento di darlo ai familiari di persone con disabilità: non vergognatevi mai, ma, piuttosto, siate fieri. Avete l’occasione di vivere un amore e un rapporto unico, quindi fatelo fino in fondo, perché vi lascerà una ricchezza che sarà solo vostra e che potrete condividere nelle vostre relazioni.

 

Per conoscere meglio Giancarla e seguire i suoi progetti potete contattarla qui:
Sito web: https://copyapuntino.it/
Email: giancarlazm@gmail.com
LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/giancarla-zaino-marciano/
Instagram: https://www.instagram.com/copyapuntino/ 

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Intervista a Elena Travaini: la disabilità non è un limite

Elena Travaini e il marito Antony | Foto Cristian Palmieri - progetto Donne fuori dall'ombra

Per la rubrica Interviste Gentili facciamo quattro chiacchiere con Elena Travaini, ballerina professionista, insegnante di danza, formatrice, TEDx Speaker, ideatrice del progetto Blindly Dancing, colpita a soli 20 giorni dalla nascita da un raro tumore alla retina – il retinoblastoma bilaterale che le ha causato la cecità, lasciando sul suo viso segni evidenti della malattia.

Foto di copertina © Cristian Palmieri – Donne fuori dall’ombra

Abbiamo chiesto a Elena Travaini di raccontarci la sua storia perché il suo trascorso e i suoi traguardi sono un condensato di emozioni diverse. Paura, rabbia, tristezza e amarezza l’hanno accompagnata durante gli anni dell’adolescenza, ma non hanno avuto la meglio. La sua grande rivincita è arrivata quando in lei si è fatta strada una nuova consapevolezza, quella che l’ha portata a vedere la sua diversità come unicità.

Ci siamo incontrate online, in una stanza virtuale e abbiamo chiacchierato a lungo, sviscerando temi a noi molto cari. Diversità, inclusione, cyberbullismo e violenza online, perché proprio lei è una delle tante vittime di quegli episodi di hate speech che ogni giorno si consumano in rete. Ad Elena abbiamo rivolto domande dirette e mirate, lasciando a lei la possibilità di addentrarsi o meno nei dettagli. Siamo partite dall’intento di capire chi fosse Elena, la persona, la ragazza di tutti i giorni che ha scelto di percorrere una strada non di certo in discesa.

Elena Travaini | Progetto fotografico Sotto la corazza
Elena Travaini in posa per il progetto fotografico Sotto la Corazza – Body Painter Silvia Gozzi

Elena iniziamo subito con una domanda facile. Chi è Elena Travaini?

Mi piace dare un messaggio positivo: in primis sono la mamma di una pargoletta di 13 anni e questo è il lavoro che mi rende più orgogliosa. Sono una mamma giovane, le amiche di mia figlia mi adorano e saccheggiano il mio armadio. Poi sono una moglie e anche questo non è un lavoro da poco. Mio marito è anche il mio partner di ballo e proprio con lui è nato il progetto di sperimentazione della danza al buio “Blindly Dancing”. Siamo entrambi insegnanti diplomati ANMB (Associazione Nazionale Maestri di Ballo) e AIMB (Associazione Italiana Maestri di Ballo). Sono una ballerina professionista, insegnante di danza e ideatrice del metodo sperimentale di insegnamento di danza al buio. Proprio grazie a questo metodo di insegnamento sono diventata una formatrice e nel 2017 ho vinto il premio TOYP come eccellenza italiana nel campo della crescita personale. Nell’ultima fase della mia vita sono diventata anche una modella e una fotomodella, un’esperienza attraverso la quale l’utilizzo dell’immagine serve a veicolare un messaggio positivo. Nonostante il bullismo, nonostante gli insulti e nonostante i momenti “no” si può trovare il modo per andare avanti e credere in se stessi, superando le difficoltà che si presentano. In tal senso i miei progetti fotografici toccano diversi temi e abbracciano la diversità sotto molti punti di vista. Lavoro spesso con una make up artist professionista, Silvia, e il nostro obiettivo è quello di raccontare una bellezza reale, lontana da immagini artefatte dei quali i social sono davvero pieni. Ogni mattina, però, lavoro in clinica veterinaria come segreteria, un lavoro che mi piace tantissimo. Nel pomeriggio invece, sempre con Silvia, mi dedico ai laboratori per ragazzi con disabilità e fragilità.

Come nascono i tuoi progetti? E perché?

Sotto la corazza, ad esempio, è un progetto fotografico di nudo artistico che ho condiviso con Gioele, un ragazzo omosessuale, e che ha l’obiettivo di accendere una riflessione sul fenomeno dell’hate speech. Durante il lockdown ho partecipato a circa 60 interviste e ho attivato anche un salotto virtuale sulla mia pagina Instagram. Non sono mai mancati nei miei confronti gli insulti da parte degli haters. Spesso commentano i miei post e le mie foto, così come accade ed è accaduto a Gioele. Un giorno abbiamo deciso di stilare una lista di tutti gli insulti ricevuti e di tradurli in tutte le lingue del mondo, o quasi. Da lì il passo è stato breve ed è nato così questo progetto fotografico “work in progress”.

Il progetto di danza al buio Blindly Dancing invece, nasce da una sperimentazione e dalla mia situazione personale. La danza è stato il mezzo attraverso il quale mostrarmi agli altri per un talento e non essere vista sempre come la diversa. Ho sempre voluto coltivare la passione per la danza. Quando ho incontrato Antony abbiamo iniziato a studiare seriamente i balli di coppia. Venivamo entrambi da un percorso di studi nel mondo della danza iniziato a 6 anni, ma proprio durante il periodo agonistico sono nate delle difficoltà oggettive. Ad esempio la paura di andare a sbattere o che qualcuno potesse, di proposito, venirti addosso. Stavo andando in crisi e così Antony mi ha detto “devo capire, devo capire com’è ballare senza vedere” e ha deciso di mettere una benda sui suoi occhi. Da lì è nato tutto, si è creato un grande feeling, abbiamo imparato a gestire il corpo senza vedere, ma solo sentendolo.

Elena Travaini fotografata da Costanzo D'Angelo
Elena Travaini fotografata da Costanzo D’Angelo – Abito dipinto a mano da Gaia Proietti Colonna – Make Up Artist Silvia Gozzi

Io sono nata con il retinoblastoma e mia madre si è accorta di questo che io avevo 20 giorni. Il mio è un caso rarissimo, sono stata tre anni in Olanda dove ho trovato un dottore che mi ha salvata. Avrei dovuto subire l’asportazione degli occhi, ma grazie alla chemioterapia e alla radioterapia sono riusciti a preservarli.  Nonostante questo dal destro vedo meno di 1/30, dal sinistro non vedo per niente. Inoltre, le cure fatte non hanno permesso alla cartilagine intorno agli occhi di crescere. Nel 2014 è nato il progetto Blindly Dancing e nel 2016 abbiamo vinto il concorso Ballando on the road e abbiamo portato la nostra performance a Ballando con le StelleNel 2018 siamo stati contattati da una business school di New York e abbiamo portato la danza la buio in America. Nel frattempo abbiamo portato il progetto sulle navi da crociera e nelle piazze delle città più belle d’Europa. Oltre 250.000 persone hanno sperimentato la danza al buio nel mondo, senza distinzione di razza, sesso, colore, nelle scuole, nelle aziende e in qualsiasi posto si possa fare tale sperimentazione.

Hai avuto esperienze di odio online/hate speech? 

L’hate speech può essere molto lesivo se non si ha un carattere forte; tutti i miei progetti si collegano alla volontà di dimostrare come si può superare questo fenomeno. Se da una parte le persone hanno bisogno di un esempio come me, dall’altra io ho bisogno degli altri. Sono gli altri, senza averne consapevolezza, ad accompagnarmi nel mio percorso di crescita personale: ho creato un’immagine perché ero davvero stanca delle prese in giro. Questa stessa immagine mi porta a lottare per i miei sogni, i miei obiettivi, i traguardi futuri. Ho sempre avuto una famiglia che mi ha difesa, ma ogni giorno in cui metto il naso fuori casa incontro qualcuno che mi fa pesare la mia diversità. Da ragazzina mi pesava di più essere diversa; l’accettazione della femminilità è stata difficile. Ho vissuto la fase dell’adolescenza in apparenza con molta tranquillità, sono stata sempre leader anche se spesso non riuscivo a fare le cose che facevano tutte, come ad esempio truccarsi. A scuola ho sempre guidato le rivolte, piuttosto che seguire le maestre. Ho sempre cercato di creare un gruppo e di tenere le persone unite. Ovviamente a casa e davanti allo specchio il rapporto con me stessa era molto diverso; in alcuni casi non ci pensi, altre volte in compagnia di altre ragazze mi rendevo conto che ero diversa. 

Elena Travaini fotografata da Barbara Fiorenzuola
Elena Travaini fotografata da Barbara Fiorenzuola – Make Up Artist Silvia Gozzi – Hair Stylist Rosi Cauteruccio

Qual è la cosa che ti ferisce di più?

La cosa che ferisce di più è l’ignoranza degli adulti. Una sera mentre ballavo con Anthony sono stata derisa proprio da persone adulte. Da allora ho iniziato a raccontare la mia storia sui social. Difficilmente rispondo all’odio con l’odio, il mio papà mi ha insegnato che chi ti attacca ha dei grandi problemi. I social sono pieni di gente stupida, ma questo non ne giustifica un ipotetico utilizzo scorretto. Ci sono giorni in cui mi sento più sicura di me stessa, altri in cui mi sento più fragile. La diversità convive con me, a volte ho paura di non farcela, mi vedo brutta, non vorrei alzarmi dal letto. Pormi grandi obiettivi è il motore che mi fa andare avanti, ma questo non lo faccio mai da sola. Oltre i progetti ho anche una vita e i problemi ordinari: una figlia, la scuola, la casa, l’ex marito, la famiglia dell’ex marito, il marito e così via. Mio marito è l’unica persona che mi capisce al volo perché quando sto male non parlo.

Qual è il consiglio gentile che vuoi lasciare? 

Da soli si cammina, in due si vola. È importante non essere da soli. Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia. Le persone sono fondamentali: le cose si creano quando le persone si aiutano.

Non poteva lasciarci con un messaggio più bello di questo Elena. Condividere ha un valore inestimabile, non trovi? Per conoscerla meglio e non perdere i suoi progetti puoi seguirla su Instagram, la trovi digitando @elenatravainiblindmodel.

Se questa intervista ti è piaciuta ti invitiamo a condividerla attraverso i tuoi canali social e tra le persone che conosci. Ci aiuterai a diffondere pratiche gentili e ad ostacolare l’hate speech. 

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