Attivismo e gentilezza | Intervista a Benedetta La Penna

Attivismo e gentilezza:
intervista a Benedetta La Penna

Attivismo e gentilezza si incontrano nell’impegno civile e politico portato avanti da Benedetta La Penna, Operatrice socioculturale in Arci Pescara, Responsabile Comunicazione Conferenza Donne Democratiche della prov. di Pescara, Speaker e Autrice in Radio Città – Radio Popolare Network.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare con lei quattro chiacchiere, colpite dal suo modo di essere un’attivista…gentile. La politica ci offre quotidianamente esempi negativi sull’utilizzo della parola e del linguaggio, la facoltà che più ci distingue da tutte le altre specie. Il suo, al contrario, è un esempio positivo di come si possa portare avanti degli ideali senza cadere nell’offesa e nelle manifestazioni di odio.

Non vogliamo anticiparvi nient’altro perché abbiamo chiesto a Benedetta di raccontarci davvero tante cose. 8 domande che sono una finestra sul mondo da aprire e non chiudere più!

Buona lettura!

 

Partiamo dalle presentazioni: chi è Benedetta La Penna

Benedetta La Penna credo che sia, prima ancora di un’attivista, una persona consapevole. O almeno, ci prova. Donna, bianca, di classe media, bisessuale. Dalla consapevolezza di ciò che sono, non solo ho capito quali siano le mie discriminazioni, ma soprattutto quali siano i miei privilegi. E da li ho capito in quali battaglie io posso essere portavoce e quali un alleata. 

Detto questo Benedetta è un’attivista che si occupa della diffusione dei diritti umani come unica forma di giustizia sociale e politica e per farlo utilizza la scrittura, perché a differenza di molte sue compagne può farlo senza avere ripercussioni gravi, la radio, perché ha una voce ed una preparazione, i social e le piazze.  Fare attivismo significa prima di tutto parlare con le persone e dare loro uno strumento in più per riflettere su quello che accade nel mondo. Poi, chiaramente, possono pensarla diversamente da te, ma almeno hai contribuito a dare loro maggior consapevolezza della realtà, facendo anche informazione.Nel dettaglio, ho delle collaborazioni con alcune testate online, come BL Magazine, dove curo la rubrica sul femminismo Intersezionale; Primo Foglio, una testata locale cartacea; Intersezionale, in cui tratto argomenti inerenti sempre ai diritti umani, soprattutto attraverso le dirette e le video interviste e Pressenza Italia

Ho un programma radiofonico chiamato Stand Up! Voci di Resistenza, su Radio Città Pescara, che è la sede pescarese di Radio Popolare, ed è un talk che tratta di politica e attualità con delle “lenti” femministe intersezionali. Sono la co-fondatrice del Collettivo “Zona Fucsia” a Pescara, gruppo transfemminista in cui proviamo a fare cultura e pressione politica pacifica alle istituzioni. Per vivere mi occupo invece di libri e di eventi culturali alla Libreria Primo Moroni di Pescara, la libreria indipendente della città, un vero e proprio centro di resistenza urbana.

Attivismo politico e gentilezza | Benedetta La Penna in Radio
Benedetta La Penna in radio durante il suo programma radiofonico Stand Up! Voci di Resistenza

Seguendoti sui social, in particolare Facebook, l’impressione che abbiamo avuto è stata quella di trovarci davanti ad una persona che vuole fare cultura sulla grande questione dei diritti umani. È così? Quando hai iniziato a sentire l’esigenza di parlare al mondo?

Giusto. Almeno, ci si prova! Fare cultura sui diritti umani è forse la cosa che mi esce più facile fare. Nel momento in cui ho scoperto la Dichiarazione Universale dei Diritti umaniad un corso Erasmus+ a Vienna sul “Civil Courage” la mia vita è davvero cambiata. Ne ho fatti parecchi di Training Course in giro per l’Europa (di cui uno sulla leadership politica a Tbilisi, sempre tramite Erasmus) che mi hanno formata, ma credo che questo in particolare mi abbia scaturito quel “click”.Insomma, ad oggi, se devo pensare ad un momento chiave nella mia vita, è proprio quel corso li, oltre ad un’esperienza di violenza domestica che però ho maturato anni dopo. Ricordo che il tutor, in un inglese con un forte accento tedesco, ci disse che avere un lavoro ben pagato e soddisfacente fosse un diritto di tutti. Io rimasi stupita, come è possibile? Davvero è un mio diritto la felicità? Amare chi voglio, avere cure? Si, ma a differenza degli altri diritti, non sono penali. Allora da li ho capito che solo con molta cultura e pressione politica si può forse fare la differenza.

Nello specifico mi occupo di diritti delle donne: sopra scrivevo che ho ben in mente quali siano i miei privilegi e le discriminazioni che subisco. Essere donna oggi è meglio di 100 anni fa, non ci sono dubbi, ma gli obiettivi e le modalità di discriminazione cambiano. Proprio perché sono dell’opinione che bisogna dare voce ai diretti interessati, mi occupo delle questioni di genere. Perché io in primis sono protagonista di queste discriminazioni. Senza però abbandonare le altre lotte, ma in quel caso utilizzo il mio privilegio per essere una buona alleata, senza togliere spazio a chi quella discriminazione la subisce davvero, ma anzi amplificandolo con i miei mezzi: la radio, i giornali, il web.A parte quel momento a Vienna, in cui ero inesperta ed ero a quel Training Course per caso, ho sentito la necessità di parlare e di fare del mio attivismo una missione quando, guardandomi intorno, mi sono resa conto che c’era bisogno di qualcun che prendesse l’iniziativa, fare da capofila. Mi son detta che forse se non lo facevo io non lo faceva nessun’altro, così mi sono buttata senza pensare alle conseguenze… ho pensato che le ingiustizie erano troppe, e che dovevo agire prendendomi il buono e cattivo tempo.

La collettività e l’opinione pubblica devono spesso fare i conti con immagini stereotipate senza esserne pienamente consapevoli. Tu sei un’attivista, parola a volte associata ad un’immagine negativa, ma noi ti abbiamo definita un’attivista gentile per il linguaggio che utilizzi e il modo con il quale entri nelle bacheche personali delle persone, raccontando quello che accade non solo in Italia. Ti eri mai soffermata su questo aspetto? Che biglietto da visita è oggi essere attiviste e quali temi ti stanno più a cuore?

Nella mia bolla la parola attivista è una parola abbastanza neutra, o forse addirittura con una connotazione positiva. Mi rendo conto che in giro ci siano moltissime persone che fanno attivismo ma in un modo diverso dal mio, ma credo che ognuno segue il modus operandi che più sente suo. All’inizio anche io ero molto arrabbiata ed avevo una comunicazione aggressiva, proprio perché quando ti rendi conto di tutto quello che nella società non va, non è facile rimanere calmi. Alzi la voce, ti senti incompresa… per poi capire però che in questo modo il messaggio non arrivava lontano. Ci vuole tempo, molta autocritica e autoscoscienza.

Il messaggio positivo è la cosa che bisogna custodire e tenere integro nella comunicazione politica, e dopo anni ho capito quali sono stati i miei errori. Chiaramente poi vedo le/i attiviste/i più famosi e ne studio il loro modo di attivarsi, e da li cerco di imitarli o meno. Ma alla fine ognun* di noi trova il modo migliore di parlare al mondo e di mandare a segno quel messaggio. Io lo faccio così, con i miei mezzi, il mio linguaggio, e vedo i miei risultati. Certo,  facendo attivismo “gentile” in un mondo in cui la popolarità dipende dalla tua performance e dalle accese discussioni nei talk è difficile avere visibilità. Ma quando pensi di fare un buon lavoro penso che i risultati siano più saldi e duraturi.Quindi per me essere attiviste oggi è un biglietto da visita come un altro, credo.

La parola attivista è neutra, spetta a te dare la connotazione, a seconda delle tue azioni. E io spero di dargli una connotazione positiva. E il feedback che ho da parte delle persone me lo conferma. Come dicevo prima il tema che mi sta più a cuore è la parità di genere, quindi il femminismo. Transfemminismo, per la precisione, in quanto per me anche una donna trans è una donna a tutti gli effetti (lo specifico perché nel femminismo questo punto ha diviso il movimento).

Ecco, secondo me più che attivista è la definizione “femminista” che fa paura e viene vista come un qualcosa di negativo, ma non mi vergogno di esserlo e di definirmi tale, non lo nascondo quando me lo chiedono. Femminismo non è il contrario di maschilismo, ma è la lotta contro il sessismo istituzionalizzato, ovvero il patriarcato, e vuole la parità dei diritti economici sociali e politici tra uomini, donne, persone non binarie. Spesso però si pensa che le femministe siano donne arrabbiate e violente, ma proprio perché, come dicevo prima, nella società della performance e della corrida intellettuale, si ha molta più visibilità in questo modo. Questo anche quando a ricorrere ai toni accesi è una sola femminista, rispetto alle altre 100mila femministe (e femministi) che invece fanno del movimento la loro vita con il dialogo e la passione. È un brutto gioco, ma conoscendo le regole di questo gioco ci si regola sulla partita.

Benedetta La Penna durante il FLA a Pescara
Benedetta La Penna durante il FLA a Pescara

La politica spesso ci mostra due facce dicotomiche della stessa medaglia: da una parte i grandi valori, dall’altra una grave incapacità di gestire le relazioni umane. Toni aspri, linguaggio forte, scivoloni, non solo durante le campagne elettorali, dove sembra che tutto sia concesso, ma anche nel dichiarare ideali e posizioni. Esiste un’alternativa a tutto questo?

Come dicevo prima, nell’età delle performance penso che molti politici seguano le regole di un gioco che nel corso del tempo si è trasformato, influenzando anche il modo di fare politica. Non dico che sia giusto, anche io reputo ad oggi che sia sbagliato il modo di fare di alcuni di loro. Forse è proprio per questo che penso che sia arrivato il momento di entrare in politica, come dovrebbero fare tutte le persone che come me hanno a cuore la giustizia sociale. Sono dell’opinione che ognuno di noi può essere parte attiva del cambiamento del mondo, in tutti gli ambiti. Se una cosa non ti piace, non basta criticarla, bisogna trovare l’alternativa, essere l’alternativa: ecco la differenza tra critica generativa e critica distruttiva. Le critiche sono parte essenziale della crescita, ma va affiancata la parte risolutiva. Anche quando una cosa non mi sta bene cerco sempre di essere propositiva e di usare un linguaggio positivo. Come diceva Obama, tirare le pietre (letteralmente e metaforicamente) non è fare attivismo.

Due punti del nostro Manifesto della Comunicazione Gentile recitano: “Esponi con rispetto la tua opinione, per sentirti parte della collettività” e “Spiega con competenza il dissenso, per condividere nuove idee e visioni”. Tu lo fai praticamente ogni giorno. Quanto è difficile essere gentili quando bisogna dissentire o controbattere?

Ah, difficilissimo! Ammetto che molto spesso mi arrabbio, soprattutto quando non riesco ad occuparmi di tutto, quando continuano a succedere le ingiustizie. Ma succede spesso quando discuto nelle assemblee e con le mie compagne di lotta, ma poi cerco sempre un modo per trasformare la mia rabbia in proposte e di porle in un linguaggio positivo. Se si continua a distruggere si tornerà sempre al punto di partenza. Se si costruisce, ci può essere un progresso. Se il messaggio e l’idea sono realmente validi (come lo è la parità di genere, un obiettivo auspicabile per donne e uomini) e li si espone nella maniera più chiara possibile, è possibile controbattere molto meglio di chi alza la voce. E questo l’ho capito con l’esperienza, perché essere aggressivi è estremamente facile quando ti toccano nel profondo. Ma poi, se pensi al modo in cui risolvere, capisci che devi fare diversamente. Appunto: esponendo con rispetto la propria opinione, spiegando con competenza il dissenso, proponendo nuove idee. Rimanendo però costantemente sul pezzo.

Sappiamo che il tema del linguaggio ti ha toccata da vicino più di una volta. Hai moderato incontri importanti con persone che stanno cambiando le regole del gioco in questo momento, come Vera Gheno e Porpora Marcasciano. Spesso, quando si accendono i riflettori sull’importanza del linguaggio c’è chi dice che ci sono cose più rilevanti alle quali pensare. Secondo te perché?

La questione del linguaggio è un ambito che mi appassiona particolarmente, soprattutto da quando ho studiato Linguistica all’univesità: mi si è aperto un mondo. È un argomento complesso ed è molto difficile da spiegarne l’importanza in poche righe. Penso che il linguaggio sia l’estensione di se stess*, e le parole possono davvero creare le cose intorno a noi. Ho letto di interviste di persone trans che si sono sentite accolte e si sono riconosciute quando la parola “trans” è iniziata ad essere usata e diffusa. Quella parola ha creato una comunità e le ha visibilizzate. Non è poco. La stessa cosa è successa con le persone no-binary, queer (che all’inizio aveva una connotazione negativa, ma che con la volontà degli attivisti è stata trasfomata in quello che significa oggi: un termine ombrello in cui tutt* ci sentiamo liber* di essere), e moltissime altre. 

Se io uso un linguaggio gentile e inclusivo, io do il via ad una serie di meccanismi positivi, che possono creare alleanze, dinamiche politiche e azioni concrete. Non a caso, le più grandi rivoluzioni sono iniziate da discorsi di grandi leader. “I have a dream” è uno slogan che ha cambiato la vita di moltissime persone all’epoca, perchè ha generato buone pratiche. E come quello ce ne sono tantissime altri. Tema inerente al linguaggio, ed è molto caldo in questo periodo, è proprio l’utilizzo dello schwa, ma ci vorrebbe un’intervista a parte. L’utilizzo di questo simbolino (ə) non è ovviamente la soluzione definitiva per avere un linguaggio più inclusivo (ovvero, includere nella nostra lingua anche le persone che non sono ne di sesso maschile ne di sesso femminile), ma è un modo semplice per dire “ehi tu, si tu… voglio parlare anche a te e mi interessa sapere cosa pensi”.  A me non costa nulla usarlo, e se nella platea conosco tutte le persone presenti e so che sono binarie non lo uso. Dipende dal contesto. In radio e nei blog si, perché voglio arrivare anche alle persone non binarie o fluide. E l’uno non esclude l’altro. Infatti, quando sento persone che dicono che ci sono problemi ben peggiori, io rispondo con una parola: benaltrismo.

Si può fare “attivismo linguistico” in contemporanea con moltissime altre lotte e anche qui, l’una non esclude l’altra. È il potere dell’intersezionalità, capire che tutte le oppressioni sono collegate tra di loro, e ci si può tranquillamente occupare di più cose contemporaneamente ed anzi, forse solo facendo una lotta alla discriminazione si può cambiare la situazione. Dedicarsi ad una battaglia per volta non credo sia la cosa più efficace da fare ad oggi.

Benedetta La Penna durante una manifestazione
Benedetta La Penna durante una manifestazione

Il tuo impegno è spesso a favore delle donne e sappiamo che i temi sui quali riflettere sono tanti. Dal gender gap alla violenza fisica, verbale, psicologica. Negli ultimi tempi si parla tanto di linguaggio inclusivo: sappiamo che non è la panacea di tutti i mali, ma un modo per iniziare a praticare atti di gentilezza. Secondo te sulla questione delle donne a che punto siamo? In quale direzione bisogna andare per cambiare davvero le cose?

Come dicevo prima, la situazione delle donne è migliorata rispetto a 100 anni fa: abbiamo la legge sull’aborto (molto lacunosa, ma anche qui ci vorrebbe un’intervista a parte), la legge sul divorzio, lo stupro come reato e non come semplice crimine contro la morale pubblica e così via. Ringrazierò per sempre le compagne femministe che sono venute prima di me. Ma è chiaro che, come cambiano le leggi, cambia anche la società e quindi si rinnovano gli obiettivi del movimento femminista.

100 anni fa non c’era il revenge porn, l’aggravamento del body shaming e del catcalling.Continuano ad esserci femminicidi, la 194 viene davvero messa in discussione, il gender salary gap… La situazione non è serena, e dobbiamo sempre rimanere allerta per far sì che questi nostri diritti non ci vengano confiscati, perché considerati troppo spesso una “gentile concessione”. Purtroppo non possiamo né fermarci né accontentarci, perché la discriminazione c’è e pesa sulla spalle di miliardi di donne.

Io penso che l’unico modo di agire è alzare la testa ogni volta che vediamo che qualche nostro diritto viene meno, divulgare il più possibile un modo di vivere la società in maniera paritaria e giusta, infrangendo quella convinzione che molte donne hanno ovvero “tanto non cambierà nulla”. Il punto di rottura è proprio li: se a milioni di donne non sta bene quello che vede, ci si può alleare e riequilibrare le cose, e diventare parte attiva del cambiamento. Credo che sia questo il femminismo, l’alleanza, la costanza, creatività ma anche molta disciplina. Rimanere sul pezzo e fare pressione politica affinchè le leggi cambino sempre più a favore dei più.

La gentilezza mette sempre d’accordo, per questo ti chiediamo un consiglio gentile o un insegnamento che ritieni indispensabile condividere. L’obiettivo è aiutare chi legge a migliorare la qualità della vita e la gestione delle relazioni!

Sii parte attiva del cambiamento. Molti ti diranno che non puoi cambiare ciò che non ti piace, e invece, se si sta insieme, è possibile. E quando vedi che sale la rabbia, e ti senti sopraffatt*… prendi fiato e ricomincia.

 

Quello che ci rivolge Benedetta è un vero e proprio invito ad essere persone interessate a ciò che accade intorno a noi. Lasciamo da parte l’indifferenza e facciamo spazio alla consapevolezza!

Se questa intervista ti è piaciuta ti invitiamo a condividerla attraverso i tuoi canali social e tra le persone che conosci. Ci aiuterai a far conoscere il progetto Scuola di Comunicazione Gentile e a portare l’attenzione su temi che ci toccano da vicino ogni giorno!

Vuoi dirci la tua? Lascia un commento, non vediamo l’ora di leggerlo!

Lascia un commento